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26/08/2010  Versione per la stampa Share it   Condividi su Facebook

Eataly

Un luogo dove i giapponesi fotografano melanzane e peperoni, le commesse sorridono, i sensi esultano. Una piccola città del gusto attraversata dal profumo della vita in cui imparare a mangiare, comprareed essere felici. Non è utopia. Eataly è una certezza quasi filosofica: chi predilige il cibo buono è bello, amabile, ottimista. Perché mangiare bene aiuta a vivere meglio, e questo qualcuno già lo sapeva. La novità è stata scoprire che la cultura dell’eccellenza alimentare non è un lusso per pochi ma una scelta alla portata di chiunque. “Alti cibi a prezzi sostenibili” è diventata la traccia di un format rivoluzionario nato a Torino e replicato in altri scenari con lo stesso spirit innamorarsi del cibo e delle bevande di qualità ma anche della loro terra, della storia, degli uomini che la raccontano. Dietro a tutto questo c’è il pensiero positivo di Oscar Farinetti, che prima aveva fatto decollare Unieuro applicando l’euforia agli elettrodomestici, eccentrico esemplare di imprenditore cui sta ovviamente a cuore il fatturato ma prima ancora il valore aggiunto dell’armonia.

L’dea di partenza è stata andare a reclutare quel mondo di piccole aziende artigianali in grado di offrire prodotti di altissimo livello, spesso però introvabili o inaccessibili per via del prezzo. E una volta rintracciate le migliori materie prime sul territorio, proseguire su un percorso fatto di rispetto della tradizione e di educazione su un modo di alimentarsi il più possibile “sano, pulito e giusto” . L’unione fa la forza, anche in questo cas dalla celebre pasta di grano duro di Gragnano all’acqua minerale delle Alpi Marittime, dal vino piemontese e veneto all’olio del Ponente ligure passando fra i salumi emiliani e il pesce del golfo di Biscaglia. Il segreto è stato ridurre all’osso la catena distributiva saltando gli anelli intermedi. E la proposta ambiziosa ha convinto Slow Food a entrare nel progetto Eataly con il ruolo di consulente strategico, per garantire che l’offerta sia sempre all’altezza delle promesse.

Tutto è cominciato a Torino il 27 gennaio 2007 dentro il vecchio stabilimento del Vermouth Carpano pieno di memorie alimentari, mattoni a vista e atmosfera delle vecchie fabbriche dublinesi. Insomma l’esatto contrario dei tanti non-luoghi del commercio di cemento armato, diventato tappa fissa per chi passa in città. Qui all’ora di pranzo è possibile incrociare Sergio Marchionne e John Elkann, il sindaco Chiamparino e gli attori di Cento Vetrine. Da qui è cominciata la gemmazione in Italia e nel resto del mondo di una nuova offerta alimentare: vendita, ristorazione e didattica senza passare attraverso le maglie soffocanti delle lusinghe pubblicitarie. Un assaggio è arrivato con il corner shop milanese che ripropone il concept originario in scala ridotta dentro la Coin di Piazza Cinque Giornate. Poi è stata la volta di Eataly a Pinerolo, in una vecchia cascina all’imbocco delle valli olimpiche. E quindi Eataly a Bologna, nelle pieghe della libreria Coop, per unirecultura e sapori tipici. Infine Eataly in Giappone: dal settembre 2008 si parla di alti cibi a prezzi sensati nel quartiere Daikanyama, dall’aprile 2009 nel famoso centro commerciale Mitsukoshi è sorta un’altra piccola ma strategica roccaforte del gusto e del piacere alimentare. Ed è già futuro. A fine 2010 il format sbarca a Roma. Intanto in estate comincia la colonizzazione americana con l’apertura ciclopica al 200 della Fifth avenue di New York, 7 mila metri quadri con sei ristoranti e birreria sul rooftop. Un format esportabile ma soprattutto anticiclico, visto che non pare essere stato neppure sfiorato dalla crisi. E’ ovvio che Eataly si rivolge a una fetta privilegiata di consumatori. Ma è proprio a loro che si chiede di scegliere, di fare dell’alimentazione un “atto agricolo”. A reggere il progetto in ogni angolo del mondo è la convinzione che conviene mangiare meno e acquistare prodotti migliori a parità di budget di spesa. Non ci si arriva per caso, però non è difficile: basta essere un po’ curiosi, ascoltare il proprio corpo, rendersi conto che non ha senso consumare le arance d’estate o mettere su una tavola di Torino le carote coltivate a Bergamo. Il resto viene da sé. Il buon cibo è qualcosa di travolgente, la ricerca consapevole della qualità muove le leve del gusto e istiga al godimento. E una volta imparato a essere felici, è impossibile dimenticare.



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