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FOCUS ON MANAGEMENT BRANDING MEDIA INTERNATIONAL
04/09/2010  Versione per la stampa Share it   Condividi su Facebook

The New York Times, o il nytimes.com?

Un addetto alle Relazioni Pubbliche che lavora negli Stati Uniti sa già quali sono i risultati che un potenziale cliente si aspetta nel momento successivo ad aver bussato alla sua porta: il suo brand citato sulla versione cartacea di New York Times, Wall Street Journal, USA Today, con successiva apparizione su The Oprah Winfrey Show.

Nonostante la distribuzione di notizie si sia frammentata e sia completamente permeata dal digitale, i potenziali clienti ancora pronunciano la fatidica domanda “Come facciamo ad andare su Oprah?”, convinti che quello sia il mezzo migliore per raggiungere il loro pubblico nella maniera più efficace possibile.

Ora: il compito dell’addetto alle Pubbliche Relazioni è duplice. Oltre ad esaudire le richieste del cliente, e dunque ottenere un articolo sui media sopra menzionati, deve anche riuscire a fare il suo lavoro, e dunque stabilire “veramente” il brand attraverso quelli che sono i canali “veri”, quelli che la gente guarda e legge nella vita reale.

Non fraintendetemi: non sto dicendo che The Oprah Winfrey Show non ha più audience, o che i tre principali quotidiani americani non li legge più nessuno. Mi sto solo riferendo al fatto che un articolo scritto sul sito del New York Times vale molto di più, in termini di visibilità, che di un articolo su carta e inchiostro.
Per portare il discorso a dati tangibili, il New York Times vende circa 950.000 copie al giorno (numero dimezzato dal 2006), mentre i suoi visitatori unici online raggiungono i 20 milioni al mese – immaginiamoci che cifra raggiungerebbe se si considerasse che anche solo la metà dei 20 milioni di visitatori tornasse sul sito almeno una volta al giorno. E’ lampante come la differenza sia incredibilmente ampia.

Alla luce di questi dati, una tendenza che è già iniziata da qualche anno tra i media americani e non solo, è quella di puntare molto di più sulle loro versioni online che su quelle cartacee o televisive. Ultimo ad abbracciare questa filosofia è stato proprio qualche giorno fa il USA Today.

Il quotidiano ha infatti rilasciato un comunicato stampa in cui spiega le prossime direttive che la testata seguirà, per un radicale riposizionamento verso il digitale. Oltre a nuove sezioni e altissima interattività, USA Today ha previsto il ribilanciamento delle cariche giornalistiche, tagliando gran parte del proprio personale e ridistribuendo i compiti.

La concorrenza ha già adottato questo metodo da molto tempo, implementando soluzioni interattive, apposite per smart phones o iPads, che permettono al lettore sia di “vivere” la vita di redazione che di usufruire di contenuti multimediali on demand.

Eppure, i clienti dell’addetto alle Relazioni Pubbliche sopra citato ancora non si accontentano di apparire sulla versione online, e , anche se messi di fronte alle statistiche, insistono sul volere risultati su media che potrebbero apparire obsoleti.

Possiamo dare al cliente tutti i torti? No, se si pensa al fatto che i brand più chic e classici ancora preferiscono spendere molti più soldi in una campagna advertising su carta stampata, snobbando totalmente i banner online: forse piu’ che concentrarsi sui contenuti digitali, i media dovrebbero attivare una strategia di posizionamento del proprio marchio online, trattandolo come se fosse completamente un altro brand.



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