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12/11/2010  Versione per la stampa Share it   Condividi su Facebook  versione inglese

Come l’India sta influenzando l’innovazione globale

Negli ultimi anni, l’India è diventata la meta privilegiata degli interessi di tantissime aziende straniere. Dal settore dell’information technology, al chimico-farmaceutico, all’alimentare, all’automotive ed in tantissimi altri, sembra che vi sia un crescente interesse ad investire nel paese.

Dato altrettanto singolare è l’elevato numero di brevetti richiesti e registrati da stranieri. Su circa 7000 brevetti l’anno,il 75% proviene da non indiani.

Cosa sta dunque accadendo in India in questi ultimi anni? Perché tanto interesse in questo paese?

Si tratta solo di una questione di basso costo della manodopera oppure le aziende straniere stanno investendo per presidiare il territorio in attesa che il reddito degli indiani ed il mercato crescano?

Cosa ha questo paese di tanto speciale visto che il reddito medio di un indiano si aggira intorno ai 1000 $ l’anno e che l’India investe circa lo 0,9% del PIL in ricerca e sviluppo e tale percentuale è una delle più basse al mondo?

Una delle risposte è da ricercare nel tipo di innovazione che si sta sviluppando nel paese. Si tratta cioè di un’innovazione sociale e frugale che parte dalle poche risorse disponibili ma che sviluppa o reinventa prodotti o servizi che soddisfano pienamente i bisogni specifici di ampi segmenti di popolazione.

Si pensi ad esempio a prodotti come Jaipur Foot, arti in gomma che costano circa 30$ e che sono indispensabili per milioni di persone che non hanno mezzi economici necessari per accedere a cure mediche sofisticate, all’organizzazione dei Dabawallas, che per solo 5$ al mese portano ogni giorno migliaia di pranzi dalle periferie alle città senza mai sbagliare consegna, oppure si pensi al gigantesco network di raccolta del latte e distribuzione di prodotti caseari di Amul, il più grande produttore di latte asiatico.

Non si tratta di prodotti o servizi “inferiori” solo perché costano poco, ma sono vere e proprie eccellenze o “best practices” a livello produttivo o organizzativo che inoltre risultano economicamente sostenibili perché destinate ad ampi segmenti di popolazione prima non serviti .

Un’innovazione pensata, dunque, per la “base della piramide”, ovvero per quell’ampia fetta di popolazione che vive nella povertà ma che non è diversa dagli altri poiché ha bisogni e necessità come qualsiasi consumatore.

A livello globale, i prodotti che noi conosciamo non sono fatti per la base della piramide ma per la parte alta. Esiste, invece, un mondo parallelo fatto di più di 4 miliardi di persone, un mercato non soddisfatto o non pienamente soddisfatto, nel quale si propongono innovazioni, a volte semplici ma così straordinarie, che destanol’interesse di esperti, studiosi di economia ed aziende.

Tali innovazioni però non restano necessariamente confinate nel mondo indiano o asiatico, ma arrivano anche in occidente e possono cannibalizzare o distruggere i prodotti dei mercati maturi perché soddisfano, come gli altri, la domanda del consumatore anche se ad un prezzo inferiore. Esempi quali Tata, i trattori di Mahindra Mahindra, il software Zoho sono solo la punta di un iceberg.

L’India, dunque, paese antichissimo e millenario, che presenta al suo interno tante diversità e contraddizioni che lo rendono unico, sta diventando in questi anni un vero e proprio laboratorio d’innovazione.

E’ forse questo ciò che spaventa e incuriosisce le principali multinazionali che lì stanno investendo. E il notevole interesse da parte di aziende straniere per questo paese forse nasconde il tentativo di capire come tutto ciò può influenzare l’innovazione mondiale o addirittura il modo di pensare l’innovazione nei prossimi anni.

Accanto a soluzioni pensate e sviluppate nei centri di ricerca, c’e’, dunque, un’innovazione che parte dal basso e che reinventa prodotti o servizi rendendoli adatti a soddisfare meglio vecchi e nuovi bisogni. Ripartire dai bisogni per reinventare prodotti e servizi è il messaggio che l’india ci sta mandando.

Nel prossimo futuro,ce la faranno le aziende dei mercati occidentali a sopravvivere a questa vera e propria rivoluzione innovativa? Come riusciranno a contrastare prodotti o servizi che non solo costano la metà o un terzo dei nostri, ma che sono delle eccellenze a livello produttivo o organizzativo?

Delocalizzare l’attività in paesi lontani è davvero la soluzione migliore oppure è solo qualcosa di temporaneo ed alla lunga inefficace per contrastare questo tipo di concorrenza?

Tagliare la manodopera è un vantaggio competitivo o invece il privarsi di un “core innovativo” ovvero di menti utili da utilizzare per reinventare prodotti e soluzioni?


Mariano Peluso
Associato AISM Associazione Italiana Marketing



Aism
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