| Quando si discute sulla
profittabilità della base clienti di un’azienda si fa spesso riferimento alla
legge dell’80-20, dove il 20% dei clienti contribuisce all’80% dei profitti
aziendali, tuttavia alcune ricerche condotte dall’Università di Boston hanno dimostrato
come il 20% dei clienti possa arrivare a contribuire addirittura per il 220%
dei profitti, come dire, che una buona parte dei clienti contribuisce a
distruggere valore.
Ogni azienda ha interesse ad
acquisire, trattenere, e investire sui clienti più profittevoli, aumentarne il
valore in portafoglio, minimizzarne i costi di mantenimento nel lungo periodo,
in altre parole accrescere il valore della base clienti e quindi dell’azienda
nel suo complesso. Come fare è il passaggio più delicato.
Il Customer Equity è una
formula che sintetizza al suo interno misurazioni che attengono ai diversi
effetti indotti dalle azioni di marketing; dalla capacità d’instaurare un
rapporto di lunga durata con i clienti, renderlo redditizio nel tempo, fino a
quantificarlo in termini finanziari e prevederne l’evoluzione futura.
E’ uno strumento molto potente,
ma la sua efficacia è tanto maggiore quanto difficile la sua determinazione
poiché si basa sulla stima della redditività attesa dei clienti acquisiti (il
Customer Lifetime Value), e sulla stima della variazione nel tempo del tasso di
trattenimento di questi (Customer Retention Rate).
Sebbene la formula del Customer
Equity consenta di fare delle proiezioni sulla redditività futura del
portafoglio clienti poggia però le sue basi sullo specchietto retrovisore dei
dati storici dell’azienda, e non può prescindere da una tenuta della
contabilità clienti e gestione degli stessi in ottica CRM, e da una loro
accurata segmentazione.
Il Customer Equity può essere
anche espresso come la somma di tutti i Customer Lifetime Value dei clienti
acquisiti.
Il concetto di Customer Equity
è, per esempio, ben noto a Warren Buffett che, pur essendo un grande amico di
Bill Gates, si è sempre tenuto distante dall’investire nel’ICT, la sua spiegazione
è “non riesco a comprenderne il modello di business”, e non a caso ha fondato
le sue fortune investendo su aziende che producono beni affermati
nell’immaginario collettivo, difficilmente sostituibili nel medio periodo, e
con una base clienti solida.
Se nei mercati del largo
consumo, soluzioni come il CELM (Customer Equity Lifetime Management) di IBM
possono aiutare le imprese a segmentare la propria base clienti e allocare al
meglio il budget di marketing affinché le azioni stesse di marketing sortiscano
gli effetti desiderati su segmenti omogenei di clientela, nei mercati business
to business buoni risultati possono essere ottenuti utilizzando sinergicamente
le normali tecniche di analisi e ricerca a disposizione. Ma pur riuscendo a
realizzare la migliore stima possibile un valore della clientela calcolato
esclusivamente con dati interni all’azienda dà soluzioni parziali o incomplete.
Una azienda leader nel suo
settore, produttrice di semilavorati per l’industria alimentare, non aveva
molto di che preoccuparsi, le sue vendite andavano bene, la sua immagine era
affermata, il suo Customer Retention Rate costante, ed era in grado di stimare
il Customer Lifetime Value dei suoi segmenti di clientela. Tuttavia per un
determinato segmento di clientela avvertiva un aumento della competizione, e le
dinamiche in atto non erano molto chiare.
Il
primo passo fu la realizzazione di una analisi competitiva che mise in luce un
effettivo incremento della competizione: alcune aziende storiche si stavano
riposizionando con un servizio migliore, un nuovo entrante stava effettuando
politiche commerciali molto aggressive, altre aziende marginali stavano
diversificando nel settore in esame ma in modo confuso.
Lo scenario competitivo in
evoluzione, e la volontà da parte dell’azienda di testare la disponibilità dei
clienti a pagare separatamente un servizio post-vendita prima incluso nel
prezzo complessivo di vendita, la convinse a realizzare un set di interviste
qualitative a un segmento strategico di clientela e più esposto alla
competizione in atto.
Le interviste realizzate presso
la fascia di clientela selezionata rafforzarono le conclusioni emerse
dall’analisi competitiva. Alcuni competitor non solo stavano cercando di
sottrarre clienti fidelizzati all’azienda, ma erano già entrati nel loro
portafoglio acquisti, i clienti stavano infatti acquistando più semilavorati ma
la quota dell’azienda era rimasta costante.
Quali le minacce:
- alcuni
clienti fidelizzati avrebbero potuto cominciare ad acquistare di più dai competitor
nel medio-lungo periodo, diminuendo
la loro capacità di generare reddito per l’azienda (Customer Lifetime Value);
- altri
clienti anziani avrebbero potuto interrompere i rapporti con l’azienda più
facilmente, facendo diminuire la capacità
dell’azienda di trattenerli (Customer Retention Rate);
- il
servizio post vendita a pagamento poteva aggravare la situazione data la forte
concorrenza di prezzo degli altri player.
Quali le opportunità:
- le
interviste avevano parimenti fatto emergere che vi erano dei discreti margini
di miglioramento sull’azione commerciale grazie
all’investigazione dei criteri di scelta dei fornitori.
Dove da un calcolo del Customer
Equity basato solo su dati interni e storici si sarebbero ottenuti valori
decisamente non allarmanti è stato solo a seguito di un check-up approfondito
delle dinamiche competitive e di mercato che si è potuto ponderare la
definizione di possibili scenari altrimenti, erroneamente, troppo ottimistici,
e di conseguenza porre in essere le azioni di marketing più idonee al contesto
in evoluzione.
In tal modo l’azienda ha avuto
elementi maggiori per tracciare scenari “what if” dipanando, almeno in parte,
l’aleatorietà che spesso accompagna le decisioni strategiche di marketing.
Giandomenico De Franco
Partner Cogent Srl,
defranco@cogent.it
Responsabile Osservatorio
Internazionale Innovazione e Creatività AISM
giandomenico.defranco@aism.org
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