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15/07/2011  Versione per la stampa Share it   Condividi su Facebook  versione inglese

Letting Children Be Children

bambino
Un report inglese sulla regolamentazione della pubblicità e del commercio per tutelare i minori da immagini sessualmente esplicite

Letting Children Be Children: the Report of an Independent Review of the Commercialisation and Sexualisation of Childhood - pubblicato nel mese di giugno 2011. E’ una revisione indipendente effettuata da Reg Bailey, Chief Executive of the Mothers‘ Union, dove invita le aziende e i media a fare la loro parte per proteggere i bambini dal carattere sempre più a sfondo sessuale che li circonda.

Il governo ha chiesto a Reg Bailey di analizzare questo problema a causa delle preoccupazioni da parte di molti genitori nel percepire come i loro figli siano sempre più sotto pressione dal punto di vista commerciale, e di considerareche il mondo in cui stanno vivendo è un mondo sempre più sessualizzato.A Bailey è stato chiesto di formulare delle raccomandazioni per affrontare gli alti livelli di interesse pubblico, tenendo conto in particolare delle opinioni dei genitori e, al tempo stesso, della comunità imprenditoriale.L’aspetto interessante di questo tipo di iniziativa è il voler coinvolgere anche i media e le attività imprenditoriali chiamandole come parte in causa.

Infatti alcune delle raccomandazioni includon

  • mettere limiti di età per i video musicali per impedire ai bambini di acquistare video sessualmente espliciti;
  • coprire le immagini a sfondo sessuale delle prime pagine di riviste e giornali in modo che non siano viste dai minori;
  • chiedere ai retailer di offrire dei prodotti per l’infanzia adeguati all‘età come per quanto riguarda i vestiti per bambini e la loro commercializzazione;
  • limitare affissioni all‘aperto contenenti immagini a sfondo sessuale in prossimità di scuole, asili e parchi giochi;
  • fornire ai genitori un unico sito web per rendere più facile il fornire commenti, lamentele o suggerimenti per qualsiasi pubblicità, prodotto o servizio;
  • il divieto di impiego di minori sotto i 16 anni come testimonial del marchio e in peer-to-peer marketing, e sensibilizzare i genitoririguardo alle tecniche pubblicitarie e di marketing rivolte ai bambini.

Da non dimenticare la forte polemica che ha suscitato un servizio fotografico di Vogue Paris nel numero di dicembre 2010: pose sensuali da femme fatale, trucco pesante, abiti succinti e tacchi vertiginosi per bambine di poco più di sei anni. Scatti d‘autore che hanno fatto indignare l‘opinione pubblica, culminata con lo j‘accuse di El Mondo, che accusa Vogue Paris di strizzare l‘occhio alla pedopornografia. La direttrice della rivista è stata rimossa ma le polemiche hanno continuano a tal punto che sul Web è stato addirittura coniato il termine “pedocouture” per definire l’abuso che il mondo della moda fa di queste bambine.

Il primo ministro inglese ha scritto a Reg Bailey per approvare il report stilato e per apprezzarne l‘approccio diretto affermando come questa analisi sia un gigantesco passo avanti per proteggere l‘infanzia. Invita i rivenditori, i pubblicitari, broadcaster, editori di riviste, videogiochi e capi dell‘industria musicale e autorità di regolamentazione a un vertice nel mese di ottobre per discuterne i progressi.

Ma come hanno preso la notizia le parti chiamate in causa? Le nuove riforme potrebbero causare dei danni economici alle imprese? Ecco alcune opinioni da parte di agenzie e fashion brand.

FORSE - ALAN GILES, PRESIDENTE, Fat Face (nota marca di abbigliamento nel Regno Unito)
Si tratta di una raccomandazione con ottime intenzioni, ovviamente, su un problema molto importante ma rischia di risultare di difficile attuazione. Ho trascorso decenni in vendita di libri dove raggiungere un accordo su ciò che era un contenuto adatto ai bambini era un vero incubo. Non può esistere uno standard assoluto di valutazione perché il mercato riguardante il target ‘bambini‘ è più eterogeneo di quanto si possa immaginare, con grandi differenze nella consapevolezza commerciale e raffinatezza attraverso genere e gruppi di età.
Giudicare ciò che costituisce l’‘immaginario sessualizzato‘ non sarà facile perché tale definizione potrebbe comprendere molte, troppe sfaccettature: dalla pubblicità, alle affissioni, alla stampa cosa è lecito e cosa no.Il rapporto comunque esorta ‘i genitori a essere genitori‘ prima di tutto e questo ci fa ricordare che il “marketing deve essere marketing”.

NO -GILES Hedger, Group Chief Strategy Officer, LEO BURNETT

O almeno, non ci dovrebbero essere. Troppo spesso quando si propone una riforma sensata il nostro settore si nasconde, in modo piuttosto difensivo, dietro ad una nuvola di complessità e ambiguità. Si spaccia la teoria secondo cui essendo impossibile proteggere i consumatori vulnerabili con precisione scientifica, è inutile azzardare qualsiasi tentativo di regolamentizzazione.
La soggettività c’è ed è effettivamente difficile scrivere nero su bianco tutte le caratteristiche relative alla pubblicità, per esempio, che potrebbero essere dubbie. Questa è potenzialmente la punta di un iceberg ma, per carità, diamo atto che, tra il cambiare nulla e cambiare qualcosa, ci sarà probabilmente un punto costruttivo e funzionale.

NO - IAN McLernon DIRETTORE COMMERCIALE, Parfums Christian Dior, Regno Unito e Irlanda

Le linee guida proposte sembrano essere piuttosto chiare,un buon passo in avanti rispetto al passato, dove forse è sempre stato poco esplicito ciò che era accettabile o no. Come azienda ci sembrache questo non limiti la nostra libertà creativa e anzi possa dare un approccio positivo per lavorare per il bene comune.La realtà è che è anche lasocietà deve avere un ruolo importante nel decidere su ciò che si ritiene socialmente accettabile o meno.

Gli inserzionisti hanno il dovere nei confronti dei propri consumatori, e della società in generale, a non lasciare che la creatività o impegnarsi in attività di marketing per ragioni di business possano esserepercepite come non socialmente accettabili, e correre così il rischio di danneggiare il proprio marchio.

Nel 2011 tra i punti di contatto di marchio multipli, includendo l’utilizzo dei social media e di internet, è ancora più importante che mai che i proprietari del marchio siano cauti con attività pubblicitarie e non che potrebbero essere viste come inaccettabili al di fuori del Regno Unito. Ciò che è socialmente accettabile nel Regno Unito potrebbe non essere così il benvenuto in altre culture.

Federica Mariotti




Redazione MyMarketing.Net
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