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20/03/2009  Versione per la stampa Share it   Condividi su Facebook  versione inglese

Privacy e profitto

Mi ricordo anni fa quando la Shell cercò di uscire da uno scandalo che l’aveva vista accusata di oscurare i diritti umani in Nigeria per sfruttare le riserve petrolifere. La popolazione Ogoni del delta del Niger accusava pesantemente l’azienda di ogni genere di nefandezze in nome del profitto, quando uno dei leader della protesta venne ucciso in circostanze misteriose.

Il tam tam globale dei media punì la multinazionale severamente, facendo precipitare la sua reputazione e con essa le vendite ed il valore delle sue azioni. Dopo quell’episodio, la Shell investì pesantemente per recuperare la sua danneggiata reputazione, lanciando una campagna di PR globale che comunicava ambiziosi piani per abbracciare i principi dello sviluppo sostenibile e con essi il rispetto dell’ambiente e dei diritti umani in nome di una ritrovata anima. Lo slogan che accompagnava la campagna era “Profitti e principi: dev’esserci una scelta?”. E’ sempre stato questo il dilemma che ha diviso nettamente i sostenitori di un capitalismo puro da coloro che pongono la salvaguardia dell’ambiente ed il rispetto dei diritti civili e comunitari al di sopra di tutto. Profitto e principi, sin dalla nascita del capitalismo moderno, sono sempre stati visti in un’ottica di alternativa, o gli uni o gli altri. Alle aziende il compito di generare ricchezza, allo Stato quello di disegnare il perimetro delle attività delle aziende, a tutela dei principi fondanti delle nostre comunità. Al di là di qualche esempio illuminato di imprese con una forte vocazione di quella che viene definita responsabilità sociale, il panorama è alquanto desolante. Occorre restare vigili, per evitare che in nome del profitto vengano messi da parte quei principi che consentono alle società più evolute un equilibrio virtuoso tra innalzamento degli standard di vita e rispetto per l’individuo.

Proprio qualche giorno fa Chris DeWolfe, il CEO di MySpace, uno dei siti di social networking più grande del mondo con circa 126 milioni di visitatori unici al mese, ha dichiarato che nella scelta tra l’avere 300 milioni di iscritti ed un profitto più alto, sceglierebbe senza dubbio il secondo. Affermazione che ci ricorda che questi giganti del web, tra cui Google e Facebook (anche più grande di MySpace), sono soprattutto aziende, e come tali in cerca della loro missione, il profitto appunto. Certo non deve essere una ricerca facile, visto che, come abbiamo già avuto modo di menzionare in questa rubrica, la maggior parte di loro fa fatica a trovare ancora un modello di business che generi margini interessanti. Nonostante l’immenso patrimonio di iscritti, molte di loro sono da anni in perdita, con costi operativi crescenti e flussi di introiti incerti. In nome della loro sacrosanta ricerca di ricavi, investono costantemente in innovazioni che gli consentano di conoscere sempre meglio i loro utenti, che tutto sommato si raccontano su questi siti senza grossi problemi, per poter vendere sempre di più ed in modo sempre più mirato pubblicità, servizi e prodotti.
Hypertargeting è il nuovo mantra, il profilare gli utenti in modo sempre più accurato, fino all’ideale di poter proporre a ciascuno esattamente ciò di cui si pensa abbia bisogno. Queste immense audience devono essere monetizzate, pena l’alternativa di dover cominciare a chiedergli soldi in cambio di servizi di base che al momento sono gratuiti, con il rischio di abbandono da una parte consistente di essi. Il dilemma di sempre si ripropone in modo drammatico anche in questo caso, con la scelta tra profitto e principi, in questo caso il principio secondo cui chiunque abbia diritto alla propria privacy e riservatezza intorno ai propri dati. Certo il confine diventa labile, nel momento in cui con l’iscrizione non solo si accetta ma si conferma la propria volontà di mettere la vita in vetrina per l’intrattenimento degli amici. Ma anche in questo caso il pericolo esiste che un giorno qualcuno si accorga che questo confine è stato superato, ed allora forse ci ritroveremo davanti ad una campagna di PR in difesa della reputazione di qualche gigante del web.

Fabio Sgaragli
Ticonzero.info



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