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26/07/2012  Versione per la stampa Share it   Condividi su Facebook

Sofferenza da reputation economy

Siamo entrati in quella che si può definire 'reputation economy', ad affermarlo è l’83% dei manager a livello mondiale. Per reputation economy non s'intende più solo il prodotto o le sue caratteristiche che influenzano le scelte dei consumatori: le vendite ed il successo di un’azienda dipendono anche e soprattutto da come le aziende si presentano e come si comportano e quindi da come i consumatori le valutano in termini di reputazione.

Il dato più eclatante della survey globale condotta intervistando 350 senior manager da Reputation Institute, la principale società di consulenza reputazionale a livello mondiale, è che se la maggior parte degli intervistati concorda nell’affermare che viviamo nella reputation economy, solo il 49% ritiene di essere preparato a sfruttarne le opportunità.

“Le grandi aziende competono ogni giorno per crescere al di fuori del loro paese d’origine - commenta Michele Tesoro-Tess, managing director di Reputation Institute Italy. - Secondo le nostre stime più del 50% del fatturato delle aziende esaminate infatti è realizzato su scala internazionale, ma nonostante ciò le aziende all’estero fanno fatica a conquistare la fiducia e il supporto dei consumatori, dei clienti, dei regolatori e degli altri stakeholder”.

Da un altro studio di Reputation Institute, realizzato in 15 mercati intervistando più di 47.000 persone, emerge infatti che la gran parte delle 100 aziende prese in considerazione ottiene spesso un punteggio reputazionale più basso nei mercati esteri piuttosto che nel proprio paese di origine (sino al 21%). Inoltre, solo l’11% ha una reputazione più alta a livello internazionale che nazionale.I motivi di questo 'gap' per il 51% dei reputation manager intervistati risiede nella “mancanza di processi strutturati collegati alla reputazione”. Secondo il 37% “non si fa leva sulle conoscenze esistenti” e per il 35% “non c’è allineamento tra i reparti”.

Il tema della reputazione è oggi ancor più strategico se si considera come la stessa genera benefici concreti sul business delle aziende. Gli esperti del Reputation Institute hanno misurato che a miglioramenti di 5 punti di reputazione corrisponde un aumento della 'raccomandabilità' dell’azienda del +7%. La raccomandabilità che origina da una buona reputazione genera effetti tangibili quali: rendere i consumatori più disponibili ad acquistare un prodotto e a suggerirlo a terzi, facilitare i rapporti con le istituzioni e gli enti regolatori, aumentare il beneficio del dubbio e quindi la sospensione di giudizio nell’eventualità di periodi di crisi.

Gli studi fotografano quindi una situazione in cui le aziende incontrano difficoltà ad 'esportare' la loro reputazione ed i benefici legati alla medesima. “Si pensi che la disponibilità dei consumatori a raccomandare un’azienda - spiega Tesoro-Tess - diminuisce oggi fino al 40% al di fuori del proprio mercato d’origine. E questo dato dà il senso dell’importanza e della complessità della sfida che le aziende debbono oggi affrontare per essere competitive nella reputation economy”.


Redazione MyMarketing.Net
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