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31/07/2012  Versione per la stampa Share it   Condividi su Facebook

Telelavoro, questo sconosciuto

Le Olimpiadi: un’intera città invasa da tifosi e atleti con pesanti ripercussioni anche nella mobilità. Proprio per evitare che la situazione degeneri, dal 21 luglio al 9 settembre i dipendenti della pubblica amministrazione di Londra potranno decidere di lavorare direttamente da casa. Scelta su cui si sono allineate anche la metà delle aziende private, aumentando la flessibilità lavorativa. Un’occasione per tornare a riflettere sui costi e i benefici del telelavoro, nell’inedita versione limitata nel tempo, in occasione di uno specifico grande evento.

Lavorare da casa rappresenta un’occasione unica per riuscire a conciliare famiglia e lavoro generando un risparmio concreto per le aziende senza andare a detrimento della produttività, punta su questo l’analisi di
Linda Gilli, amministratore delegato di Inaz, azienda di software e servizi per l’amministrazione del personale e la gestione delle risorse umane.

Se in Inghilterra il telelavoro a tempo è già una realtà, un tale modello non riesce ad attecchire in Italia: “Nel nostro Paese il telelavoro stenta ad affermarsi –continua Gilli–. Una ricerca Isfol Plus del 2008 che rileva che le aziende italiane che prevedono il telelavoro sono il 4,3%. Sarebbero quindi 770mila dipendenti che in teoria potrebbero lavorare da remoto, ma solo 55mila adottano realmente questo sistema”. Un accordo win-win che permetterebbe di abbattere i costi di gestione delle sedi con effetti positivi su traffico, inquinamento e trasporti. Gli ostacoli sono ben radicati nello stesso dna delle aziende italiane, in cui il modello della megaditta di fantozziana memoria stenta a tramontare. I datori di lavoro vogliono esercitare un controllo fisico sul dipendente, a partire dalla timbratura del cartellino. Se i faccia a faccia restano fondamentali, la tecnologia già disponibile può rimediare offrendo software per rivelare le presenze, portali ad hoc per mantenere vivo un filo diretto tra azienda e dipendenti. Il ritardo è prima di tutto culturale: “Orari, servizi e stili di vita nella nostra società –osserva Gilli– sono ancora, in larga parte, pensati come se ogni lavoratore a tempo pieno avesse al proprio fianco qualcuno che contemporaneamente si occupasse di casa e famiglia. Una cosa completamente al di fuori della realtà”.

La legge garantisce al telelavoratore gli stessi identici diritti di un lavoratore tradizionale. L’articolo 22, comma 5 della Legge di stabilità 2012 prevede infatti misure di incentivazione per il telelavoro: “Il contratto di telelavoro - sottolinea Stefano Fabiano, responsabile Centro Studi e Formazione di Inaz – si basa su un accordo volontario tra impresa e lavoratore e può nascere dalla trasformazione di un contratto tradizionale, se una delle parti lo richiede e l’altra acconsente. Il telelavoratore ha le stesse garanzie e gli stessi diritti che spettano a chi lavora nella sede aziendale per quanto riguarda retribuzione, carriera, carichi di lavoro, formazione, salute e sicurezza professionale”.



Redazione MyMarketing.Net
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