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31/07/2012  Versione per la stampa Share it   Condividi su Facebook

Eurisko: i prossimi 40 anni

Nasce il primo settembre 1972, Eurisko, una startup - come diremmo oggi - voluta da Gabriele Calvi: nell’arco di un decennio dalla nascita, l’Eurisko Style si fa apprezzare con riconoscimenti e reputazione che lo portano a essere considerato l’istituto di ricerca di riferimento, il più cool. La crescita, anno su anno, diventa esponenziale. Nel ’90 vediamo Eurisko al top (lo certificano le ricerche di customer satisfaction) e in continua ascesa per ricerche e ricercatori. I più bei nomi dell’industria e dei prodotti, culturali e fast moving, dialogano con Eurisko, da Rai a Barilla, da Rizzoli a Espresso-Repubblica, da Zanussi a Kraft, da Nestlè a Ferrero, da Condè Nast a Danone, da Eni a Enel, da Telecom-Tim a Vodafone, da Banca d’Italia a sostanzialmente tutte le più importanti realtà dell’industria del credito, e tutto il mondo della salute.

Che dire, alla luce di quarant’anni di ininterrotta ricerca? Oggi, la barra del timone passa a Silvio Siliprandi, nuovo Presidente del Consiglio di Amministrazione e Amministratore Delegato di GfK Eurisko. Iniziano i secondi quarant’anni.

Nel numero di luglio del Social Trends firmato Eurisko, leggiamo di sogni e speranze, di propositi e di possibilità: sono alcuni spunti e riflessioni per l'estate, per un futuro migliore, per gettare uno sguardo nuovo sul mondo. Iniziano con Remo Lucchi che si concentra sull'Italia e sull'assenza di condizioni di base per l'esistenza di un concetto - oltre che di una realtà - di Paese: “L’assenza totale di coesione, la totale prevalenza degli interessi di parte, l’'allungamento' incontrollato della società, le rivendicazioni, le lotte interne, a cominciare da quelle delle parti politiche, assorbono tutte le energie. Mancano quelle necessarie per agire come Paese unitario verso l’esterno, verso lo sviluppo. Nel sistema mondiale globalizzato l’Italia è pura terra di conquista. È totalmente deficitario nel metodo: le forme di vita che lo caratterizzano, non solo sono di parte, ma tendono allo sfruttamento delle opportunità di brevissimo periodo, e sono ben lontane da approcci di Sostenibilità. Per la verità la Domanda (la gente) comincia a dare indicazioni di saggezza e lungimiranza, anche se il Sistema Politico non offre evidenti segnali di cambiamento”. A detta di Lucchi, il pericolo è che qualcun altro possa accogliere l’invito: “La non coesione ha 'prezzi sociali' incredibili per il Paese: la conflittualità diffusa fa sì che le energie impiegate nel 'conflitto' siano sottratte all’evoluzione: la condizione per andare avanti, infatti, è una 'energia coesa'.

Un altro interessante spunto proviene da Paolo Anselmi che presenta  gli 11 passi per la 'prosperità senza crescita' proposti da Tim Jackson. Nel suo libro Prosperity without Growth - Economics for a Finite Planet (recentemente tradotto anche in italiano con il titolo Prosperità senza crescita - Economia per il pianeta reale, Edizioni Ambiente 2011) Jackson parte dalla constatazione che gli ecosistemi che sostengono le nostre economie rischiano ormai il collasso sotto l’impatto di crescenti livelli di consumo. Si tratta, appunto, di constatazioni, palesi, ovvie, talmente pratiche da sembrare paradossali, questo perchè ancora nessuno lo ha spiegato in questi termini.

“In un mondo in cui 9 miliardi di persone - tanti saranno gli abitanti della terra nel 2050 - volessero raggiungere il livello attuale di benessere delle nazioni dell’OCSE, ci sarebbe bisogno di un’economia pari a 15 volte quella attuale, ma nessun sottosistema di un sistema finito può crescere all’infinito: è una legge fisica”.  Anselmi sottolinea quindi la necessità e l'urgenza di una drastica riduzione dell’impatto ambientale causata dall’attività economica scegliendo un modello di prosperità che non sia fondato sul principio della continua crescita. A questo proposito Jackson  introduce il concetto di 'decoupling' ovvero del 'fare di più con meno': più attività economica con meno impatto ambientale, più beni e servizi con minore consumo di risorse e minori emissioni.

Un’ altra delle soluzioni avanzate da Jackson è quella della riduzione dell’orario di lavoro secondo la vecchia formula del 'lavorare meno, lavorare tutti'. L’accorciamento della settimana lavorativa consentirebbe di avere a disposizione maggior tempo libero da utilizzare per noi stessi, per la nostra famiglia, per i nostri interessi e anche per l’impegno sociale e le attività di volontariato accrescendo in questo modo il livello di soddisfazione complessiva dei cittadini.

La proposta è semplice: tornare a lavorare per vivere, facendo ruotare tutto attorno alla qualità della vita, degli esseri umani e del Pianeta che li ospita, al di fuori dell'ottica consumistica, o meglio, oltre. Oltre, significa che è necessario conservare memoria di quanto finora l'umanità ha distrutto, consumato, esaurito, per poter proseguire non serve una rivoluzione che cancelli il passato e rappreseti, sola, la svolta: per 'svoltare' è necessario incarnare questa filosofia - più slow - ma che solo con lentezza, con il tempo che richiede un vero e profondo cambiamento, può essere adottata e risultare vincente.

Roberta Masella



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