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27/08/2012  Versione per la stampa Share it   Condividi su Facebook

Riscoprire la lentezza ai tempi di Twitter

I colossi della comunicazione sono corsi tardivamente ai ripari, approntando più o meno sbilenche regolamentazioni farraginose che non riescono a imbrigliare un sistema 'anarchico' per sua stessa costituzione tecnica. Gli esempi non mancano, indice di un deficit etico che sembra costitutivo degli stessi social network. Complice la facilità di pubblicazione, la vecchia regola di pensare almeno sino a dieci prima di schiacciare invio viene puntualmente disattesa. Scivoloni che hanno colpito anche 'vecchie volpi' del giornalismo come Sandro Ruotolo che ha twittato il nome e cognome del presunto mostro di brindisi prima di effettuare le necessarie verifiche, da sempre all'abc del giornalismo. Ma la rivoluzione del 2.0 e il progressivo espandersi della status-sfera (è stata ribattezzata così quel non luogo digitale dopo il progressivo spopolamento della blogosfera, visto il continuo esodo dai blog ai social) ha provocato un progressivo abbandono delle più elementari norme di autocontrollo.

Luca Telese, all'indomani dell'abbandono della corazzata de Il Fatto Quotidiano per fondare il suo nuovo giornale Pubblico ha prontamente twittato sul suo profilo contro il critico del Corriere della Sera Aldo Grasso, contestandolo, visibilmente piccato, per un articolo che a dire di Telese mistificava gli effettivi ascolti del suo programma su La7. E gli esempi si potrebbero moltiplicare. Giornalisti che minacciano di querelare l'intero programma di microblogging, proprio la piattaforma Twitter, colpevole collaboratrice dell'astio di telespettatori che hashtag dopo hashtag hanno preso di mira una nota conduttrice televisiva.

Arma a doppio taglio, l'apertura del cosiddetto secondo schermo, il second screen su cui le principali emittenti puntano per trasformare il vecchio e semplice gesto della visione passiva di un programma televisivo in un'esperienza non più al riparo dalle speronate del multitasking. Mentre guardiamo un programma dobbiamo essere in prima linea a commentare, partecipare, inviare domande, criticare, interagire, inquadrare Qr-Code per aumentare la realtà trasmessa dallo schermo. Le smart tv si pongono questo obiettivo: far sollevare l'esausto professionista dal divano in cui è seppellito per interagire 24 ore al giorno con i media, in un fuoco incrociato di stimoli.

Ad aggravare il quadro apocalittico che trasforma anche il piacevole zapping in un impegno, c'è sempre sul tavolo l'annosa questione della Rete e del lecito diritto all'oblio. Mentre prima si poteva sperare in un progressiva amnesia, frutto del trascorrere del tempo, ora basta digitare su Google per ricostruire vita, morte e miracoli di chiunque. Anche le vittime più o meno eccellenti dell'ansia da scoop dei giornalisti ai tempi di Twitter restano in una gogna perenne, insieme al vip di turno a cui tocca la stessa sorte. Carriere senza macchia, triturate da un eccesso di frenesia scrittoria.


Antonino Pintacuda


Redazione MyMarketing.Net
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