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06/10/2009  Versione per la stampa Share it   Condividi su Facebook

Le Mamme Blogger e il patto con il diavolo

I numeri parlano chiaro: i cosiddetti Mommy blog sono ormai in piena fioritura anche in Italia, dove sono nati studi e momenti di confronto, come quello organizzato dall’università Bocconi nel Dicembre 2008, o aziende di servizio apposite come Fattore Mamma.

Il fenomeno di per sé non ci dovrebbe stupire più di tanto: la generazione cresciuta nell’epoca dell’avvento di Internet inizia ad essere “in età da marito”, e comincia a diventare mamma. Ovviamente ogni tipo di esperienza è diversa da quella vissuta dalle generazioni precedenti, perché il mondo è cambiato, e con lo stesso siamo cambiati noi, il nostro modo di essere umani, il nostro modo di essere donne, e anche il nostro modo di essere mamme. E proprio da queste premesse nasce la Mommysphere, uno spazio virtuale creato da e per le mamme, formato da blog che iniziano come diari di bordo per condividere emozioni e consigli su un mestiere per il quale non ci è mai stato dato il libretto d’istruzioni.

Come tutte le tendenze, il fenomeno è partito dagli Stati Uniti, dove, già dall’inizio del 2007, i più seguiti “diari online” contavano fino a 100.000 visite mensili. Questi numeri hanno fatto sì che i blog cambiassero radicalmente la loro natura per diventare vere e proprie fonti di guadagno, grazie alla loro neonata posizione di influencer.

Al principio, la risposta dei marketers alla nascita della Mommysphere è stata di totale smarrimento: “Come facciamo a salire su questo treno in corsa con le nostre aziende e i nostri prodotti?” si chiedevano disperati i CEO aziendali. Con questo nuovo modo di fare comunicazione, c’era il rischio che le mamme non prestassero più attenzione ai media tradizionali e diventassero così immuni a messaggi pubblicitari e di PR. Inutile sottolineare che essendo le madri le decision maker primarie all’interno del nucleo famigliare per quanto riguarda gli acquisti (2.1 trillioni di dollari l’anno sono spesi solo dalle mamme americane), la perdita sarebbe stata ingente.

Fortuna volle che la maggior parte di queste Mommy Blogger facesse parte proprio della categoria marketers, permettendo così alle aziende di avere un “insight” diretto su ciò che il consumatore volesse, e fornendo informazioni preziosissime su come rivolgersi a questo nuovo gruppo di “gate-keeper”. Così, i marketers e le Mommy Blogger iniziarono ad instaurare un rapporto proficuo e di scambio informazioni, lanciando iniziative volte a migliorare il rapporto brand-consumatore, e indicendo convegni e conferenze per condividere il sapere con i propri pari.

Fino a qui, sembra essere una missione da “pace nel mondo”, ma l’obiettivo di una migliore comunicazione aziendale venne ben presto messo in secondo piano nel momento in cui una delle due parti in causa, Mommy Blogger o aziende, decise di trarre profitto dalla situazione. Il rapporto faticosamente instaurato con le aziende dalle pioniere della Mommysphere venne abusato, trasformando quelli che prima erano spazi di condivisione di esperienze utili per chi cercava un equilibrio tra l’essere mamma e l’essere donna, in un mercatino fatto di giveaways e contest, a volte anche incongruenti tra loro, che avevano come protagonisti prodotti regalati dalle compagnie e ritenuti una “forma di pagamento” dalle blogger in cambio di post positivi.

Da quell’istante, la Mommysphere diventa “il diavolo” e inizia ad essere accusata di distorsione dell’informazione per via dell’apertura a sponsorizzazioni e pubblicità dalle regolamentazioni poco chiare. Ovviamente non tutti i blog gestiti da mamme sono così avidi, così come non tutte le aziende sono così subdole, ma come succede nella maggior parte dei casi, bastano pochi esempi per denigrare l’intera categoria.

Oggi la Federal Trade Commission sta analizzando il caso di questi “nuovi media” per stabilire delle regole alle quali tutta la blogosfera dovrà sottostare. All’ordine del giorno c’è proprio la proibizione di regalare prodotti ai blogger in cambio di un vero e proprio “endorsement”, e una migliore definizione del rapporto tra blogger e azienda, il tutto in un’ottica di protezione del consumatore.

L’evoluzione del fenomeno su territorio americano ci deve interessare, perché, nel caso fosse vera la regola dei “dieci anni dopo” – che nell’epoca di internet è diventata i “dieci mesi dopo” – secondo la quale tutto ciò che succede negli USA busserà alle porte italiane dopo qualche tempo, faremmo bene a correre ai ripari fin da subito.

La situazione italiana si trova ad un livello immediatamente precedente rispetto alla situazione statunitense. Siti come VereMamme.it sono i pionieri di ottimi propositi che hanno già iniziato a dare i propri frutti tramite collaborazioni aziendali del tutto trasparenti e con l’obiettivo di migliorare la comunicazione tra i brand e i propri consumatori. Inoltre, i Mommy Blog italiani danno ancora spazio ai racconti personali di una vera mamma alle prese con il suo nuovo ruolo, puntellati dalla creatività di donne talentuose ed intelligenti che decidono di aprire un blog per amore dei propri figli, della scrittura, dell’attualità, della tecnologia, o comunque, per amore di qualcosa.

Non essendo una grande fan della sopracitata regola dei “dieci anni/mesi dopo”, posso solo dire che è difficile prevedere che piega prenderà il fenomeno in Italia. Certamente l’esperienza americana ci offre uno spunto di riflessione su una delle tante possibilità. E con questa consapevolezza lancio un appello alle mamme italiane: non lasciate che la vostra nobile arte di condivisione di idee, di appassionato lavoro creativo – di grande aiuto alle aziende italiane per meglio capire il consumatore e quindi dare un servizio più utile e mirato alla società – venga oscurata dall’ammutinamento di qualcuna di voi in cerca solo di soldi facili e prodotti gratuiti o dal bombardamento di aziende che mirano a distruggere un delicato equilibrio.

Cristina Villa



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