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13/11/2009  Versione per la stampa Share it   Condividi su Facebook

Guerra di scarpe

Jordan torna a far notizia nel mondo della pallacanestro. Questa volta non si tratta del più grande cestista di ogni tempo, Michael, ma del figlio Marcus, guardia diciannovenne della University of Central Florida. Ed il tutto a causa di un paio di scarpe. Sembra che Marcus non se la sia sentita di abbandonare le famose Nike Air Jordan, vera e propria icona di famiglia, rifiutando così di indossare delle sneaker Adidas, sponsor ufficiale dell’istituto, durante la prima partita del campionato. La casa di abbigliamento tedesca infatti aveva in essere un contratto esclusivo con l’università della Florida, per un valore di circa 3 milioni di dollari. La conseguenza di questa scelta? Nessuna eccezione, Adidas ha annunciato, tramite il portavoce Andrea Corso, di aver rescisso il contratto con l’Università della Florida, lasciando libero Marcus di indossare le tanto amate Air. Una scelta che lascia assai sorpreso Keith Tribble, direttore sportivo dell’università, che non avrebbe ricevuto alcuna comunicazione ufficiale da parte di Adidas. Il pasticcio però sembra partire da lontano. Infatti quando il giovane Jordan fu richiesto dalla scuola, ricevette da alcuni manager la promessa di poter indossare la scarpa che porta il nome del padre, anche se c’era di mezzo l’Adidas. Evidentemente qualcuno aveva ritenuto prioritario assicurarsi, prima di ogni altro istituto americano, le giocate e il probabile ritorno di immagine nell’avere in squadra il figlio di Michael, prendendo sottogamba un contratto da ben 3 milioni di dollari. Per ora a Florida conviene sperare almeno nel ritorno di immagine, dal momento che, alla prima uscita stagionale, Marcus è stato in grado di mettere a referto un solo punto.

Ma una domanda sorge spontanea. Ci si trova di fronte ad una chiara infrazione contrattuale o si può parlare ancora una volta di “ambush marketing”? Ricordiamo che l’ambush marketing è una pratica di guerrilla marketing in cui c’è un marchio che paga per essere sponsor ufficiale di un evento, mentre un marchio concorrente riesce ad intromettersi a margine dello stesso senza pagare nulla e senza violare alcuna legge. Ed in questo caso è impossibile non ricordare proprio Michael Jordan, l’uomo Nike che, durante la cerimonia di premiazione per la vittoria dell’oro alle olimpiadi di Barcellona, decise di coprire con la bandiera degli Stati Uniti il logo Reebok, sponsor ufficiale dell’abbigliamento sportivo di tutta la delegazione americana. Nel 1992 Jordan dichiarò addirittura di non voler lavorare gratis per la concorrenza dato che il suo contratto individuale con la Nike era più redditizio di quello collettivo con la Reebok.

Francesco Peluso



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