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26/11/2009  Versione per la stampa Share it   Condividi su Facebook

Wired Store: una rivista “unplugged”

E’ ormai il quinto anno consecutivo che Wired, la rivista di tecnologia piú in voga negli Stati Uniti, apre un temporary store nel cuore di New York.

A prima vista, un pop-up store aperto da un magazine puó sembrare un’idea ottima – non c’è nulla di meglio che vedere un prodotto o un gadget elettronico pubblicato su una rivista con tanto di commento scritto dal giornalista e poterlo subito andare a comprare nello store della rivista stessa. Si risparmia tempo e fatica – la ricerca dei regali è stata già fatta per noi.

Ma per quanto riguarda l’eticità e l’oggettività dei pezzi editoriali, come si posiziona un temporary shop di un magazine?

E’ risaputo che ogni rivista focalizza il numero di Novembre e Dicembre sulla tanto attesa “Holiday Gift Guide” – ed è altrettanto noto che i prodotti pubblicati su quelle pagine sono “raccomandati” dallo staff editoriale (nessun giornalista consiglierebbe un prodotto che lui stesso non comprerebbe). A coda della “Guida ai regali” c’è ovviamente anche l’indirizzo ad un sito internet o negozio reale a cui il lettore puó recarsi per comprare il prodotto di cui ha letto la recensione e che ritiene appropriato per una delle persone sulla sua lista di Natale.

Ma cosa succede quando la “Guida ai regali” si trasforma in un negozio vero e proprio, con tanto di minisito con la suddivisione degli oggetti proposti in categorie come: prezzo, brand o “ricevente” del regalo? Sebbene sia una formula comprovata (ripeto che questo è il quinto anno di fila per il Wired Store), il passo da guida bidimensionale a tridimensionale e in carne ed ossa potrebbe essere un poco azzardato.

Ovviamente non tutti i prodotti recensiti e testati nelle pagine di Wired sono in vendita nel temporary store – eppure i brand presentati sono piú o meno gli stessi che fanno la loro comparsa sulle pagine di recensione prodotti. Bè, direte voi, Wired si distingue per descrivere le nuove tendenze in ambito tecnologico e dunque è naturale che le marche pubblicate siano quelle piú all’avanguardia e quindi quasi sempre le stesse. Assolutamente. Ma dal recensire un brand per il suo genio ed estro creativo ad aprire uno store in cui vengono venduti, tra le altre cose, anche i prodotti del brand stesso pare essere rischioso, soprattutto per quanto riguarda il possible deterioramento dell’integrità morale e l’oggettività della rivista.

E’ un po’ come se MediaWorld avesse la sua rivista personalizzata in cui vengono testati e presentati alcuni prodotti che possono essere comprati nello store. Fin qui nulla di strano – MediaWorld ha una pubblicazione di questo tipo. Ma riflettiamoci: chi pagherebbe per leggere un qualcosa che altro non è se non un catalogo?

Nulla toglie che il brand Wired negli Stati Uniti gode di ottima salute e l’apertura dello store newyorkese – che offre non solo prodotti, ma anche eventi, spettacoli, incontri con VIP e addirittura alcuni oggetti targati proprio Wired, in un’estensione di marca estrema – sia rispettato e idolatrato dai geek (ma anche dalle persone comuni) come una festa religiosa ad appuntamento annuale.

Cristina Villa



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