A rivelarlo è un’indagine ADIC per due manager su tre
in Italia si fa meno carriera che all’estero. Uno su tre è pronto a fare
subito
le valigie. I manager italiani che ambiscono
ad un’appagante carriera guardano all’estero. E’ questo che emerge dalla survey
lanciata da ADICO, l’Associazione italiana per il marketing le vendite e la
comunicazione (www.adico.it), attiva dal 1964, con l’obiettivo di misurare
l’umore delle donne e degli uomini che dettano strategie, lanciano idee e,
soprattutto, hanno un confronto diretto e quotidiano con i colleghi all’estero.
Alla domanda “E’ vero che all’estero
si fa più carriera che in Italia?” infatti il 25,6% dei 327 manager professionisti del
settore marketing e comunicazione intervistati si trova “assolutamente
d’accordo” e il 36,7% si dichiara “d’accordo”. Seguono con il 24,4% coloro che
hanno risposto “abbastanza d’accordo”,
mentre il 13,3% discordano dall’affermazione. Quindi oltre il 60% dei
marketing e communication manager italiani ritiene che il nostro paese offra
minori chances di quelle che un percorso professionale all’estero concederebbe.
Tale valore sale poi quasi sino al 90% (86,7%) se a queste risposte si
sommano quelle di coloro che si dichiarano “abbastanza d’accordo”.
Tramotivi che indurrebbero un manager italiano a trasferirsi
all’estero sono primo fra tutti viene segnalato il“livello culturale e aziendale” (33,3%) evidentemente
considerato dai manager di un livello inferiore a quello che una realtà
aziendale moderna dovrebbe esprimere. “A quanto ci raccontano i nostri
associati - commenta Michele Cimino Presidente di ADICO - sono i
dispetti, le ripicche, le inefficienze, le troppe perdite di tempo, riunioni
interminabili, l’individualismo, l’interesse particolare che annienta
l’obiettivo di gruppo, la carenza di etica e fair play, e mancanza di modelli
di “esempio” nei vertici aziendali, il poco riconoscimento del talento
professionale e il nepotismo, alcuni tra gli elementi che deprimono il
professionisti.Responsabili del
marketing e delle vendite sempre più stressati da richieste di performances
sempre meno realistiche e in una situazione dimodelli di organizzazione e di filosofia aziendale ormai superati,
inefficaci ai nuovi odierni scenari socio-economici e turbati da crisi delle
quali non si riesce neppure più a differenziare il capo dalla coda” .
Tra gli altri fattori di fuga
vengono poi evidenziati “la meritocrazia” (21%), che
evidentemente fa difetto secondo i nostri manager nel sistema socio economico e
lavorativo italiano. Altri “fattori di fuga” sono considerati la classe
politica (15,2%) seguita dalla classe dirigente (10,6%), il basso
livello di “etica negli affari” (7,6%) - che evidentemente non è
vistacome particolare ostacolo per la
carriera… - i “salotti e le lobby (6,1%). La burocrazia ha invece unbasso impatto sulle cause scatenanti la fuga dei manager (4,5%).
“Ciò non deve stupire – commenta ancora Cimino - dal momento che il
manager è più distante dai quotidiani problemi legati alla burocrazia, in
quanto la vive indirettamente e filtrata attraverso le strutture preposte
nell’azienda, a differenza dell’imprenditore che invece con legacci e
legacciuoli deve confrontarsi direttamente e quotidianamente”.
Nel concreto però solo 1 manager
su tre si dice pronto a espatriare qualora se ne presentasse l’occasione. Alla
domanda “Nel caso avessi un’opportunità professionale all’estero cosa ti
impedirebbe di coglierla?” il 25,9% dei nostri manager si dice ”nulla”
e si dichiara pronto a “cogliera al volo”, mentre il principale
fattore frenante la decisione è, nelle risposte degli intervistati, “la
famiglia e/o il/la partner” (41%). Tra i paesi europei più gettonati nelle ambizioni
esterofile dei nostri manager c’è l’Inghilterra al primo posto (28,1%),
i “paesi del Nord Europa” 23,4% e Francia, che si
colloca al terzo posto con il 18,8%. Seguono Spagna (15,6%), Gemania
(10%) e Russia e repubbliche baltiche (3,1%). Tra le destinazioni
extra-europee più nelle quali si ritiene si possa fare più velocemente carriera
quasi 2 manager su 3 si trasferirebbero negli Stati Uniti (59%). Eppoi
la sorpresa è l’Australia (31,1%), paese nel quale i nostri direttori
marketing sisposterebbero per
abbracciare il successo professionale gradito. Pochi invece si trasferirebbero
in Cina (4,9%), Giappone (3,3%) e Medio Oriente (1,6%).
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