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FOCUS ON MANAGEMENT BRANDING MEDIA INTERNATIONAL

Un nuovo strumento di marketing

Del: 13/10/2005

In costante crescita nel nostro Paese, il product placement si sta sempre più affermando come un nuovo strumento di marketing, alternativo rispetto all’advertising classico: utilizzato da sempre nel cinema americano (nel 1944 la protagonista del film Vertigine che ordinava un whisky Black Pony, completamente inventato, creò tale confusione negli spettatori, che i produttori del film si misero d’accordo per fare pubblicità al Jack Daniels), da un anno, grazie a un decreto legislativo, anche nelle nostre pellicole è possibile integrare marchi e prodotti all’interno della narrazione.

Questo nuovo strumento se da un lato consente alle imprese di utilizzare il prodotto cinematografico come canale di promozione, dall’altro permette alle produzioni cinematografiche di reperire risorse aggiuntive sul mercato.

A patto però che il film non diventi uno spot e la narrazione continui ad avere la sua dignità, come ha sottolineato Roberto Nepoti giornalista de la Repubblica durante un convegno organizzato da Cinecittà Holding e Somedia, secondo cui bisogna prediligere una visione diegetica dei brand nel film, cioè di perfetta simbiosi con l’azione.

Come ha fatto negli anni ’70 la Volkswagen con “Il maggiolino tutto matto” o come fanno ancora oggi tanti brand che riescono a integrarsi nella vita di una pellicola, risultando sinergici con la trama: in “Vita da Strega” la scena in cui il padre di Samantha- Nicole Kidman appare fra i prodotti riposti nello scaffale di un supermercato è l’ultimo esempio di rappresentazione diegetica di brand in un film.

E se a Minority Report va la palma della cifra più alta mai raggiunta per un’operazione simile (si dice che abbia incassato più di 21 milioni di euro dalle aziende che hanno pubblicizzato i loro prodotti nella pellicola), i costi del product placement variano non soltanto a seconda della pellicola, ma anche del posizionamento del marchio e dei tempi di ripresa.

Ma come viene vissuta la presenza dei brand all’interno dei film da parte degli spettatori? E quale grado di ricordo possono avere i marchi ripresi durante un film?
Lo ha rilevato una ricerca Demoskopea, presentata nel corso del convegno: il 50% degli spettatori, all’uscita dal cinema, ha affermato di aver notato la presenza di brand nelle inquadrature (il 90% è riuscito a citare spontaneamente in modo corretto quali sono) e per il 92% del campione la loro presenza è stata accettata senza fastidi.

“Le marche ormai fanno parte del nostro vivere quotidiano- ha affermato Riccardo Rossi, autore e attore che ha aperto il convegno- e se fino a qualche anno fa i registi vivano nel timore della censura per un’inquadratura troppo "audace", oggi il cinema italiano e le aziende possono collaborare alla promozione e al lancio di nuovi prodotti”.

I vantaggi per chi investe in questo nuovo strumento sono legati non solo alla brand awarness, alla perfetta aderenza alla realtà che solo un film può ricreare e al forte coinvolgimento emotivo del pubblico, ma riguardano anche le vendite: ne “L’uomo che sussurrava ai cavalli”, si vede un computer collegato con il sito Equisearch.com, specializzato nel mondo dei cavalli, che in pochissimo tempo ha accresciuto del 400% i contatti, mentre la Mini è diventata un oggetto cult dopo la presenza dei suoi modelli in Italian Job, con un’ impennata delle vendite.

Stesso obiettivo perseguito dalla Fiat, che è riuscita a conquistare persino James Bond, (nel nuovo film, mandata in pensione la sua Aston Martin, utilizzerà piccola utilitaria)… con la speranza che le vicende legate alla cronaca non prendano il sopravvento su un’operazione di marketing elaborata nei minimi dettagli da molti mesi.

                                                             Rossella Ivone

 
 

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