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La regola della banana

Del: 03/01/2006

Il packaging ha una strana caratteristica, comune a tutti gli strumenti di comunicazione: essendo sotto gli occhi di tutti in ogni momento della giornata, ognuno ritiene di poter dire qualcosa sull’argomento.

La comunicazione è un campo talmente trasversale che in qualche modo uno psicologo, un sociologo, un semiologo o la persona che sta di fianco a voi al bar a sorbire un Campari ritengono di poter commentare l’ultimo spot, la più recente campagna stampa o, appunto, il packaging di un prodotto.
Ciò di per sé non è un male, ma provoca una reazione strana negli addetti ai lavori basata su un semplice ragionamento:" Io vengo pagato per fare comunicazione. Chiunque può dire cose più o meno sensate sulla comunicazione. E non tutti vengono pagati. Devo trovare il modo di far capire il valore di quello che io faccio."

Si genera così il tipico atteggiamento del comunicatore di professione, sia esso un designer o un art director, e cioè un mezzo sorriso enigmatico, che sta a significare “Possiedo le chiavi del Graal della comunicazione e tu non puoi nemmeno sospettare la vastità del mio sapere”.

Il meccanismo che segue è ben noto: se esiste un sapere segreto, deve esistere una casta sacerdotale che lo custodisce e questa setta deve utilizzare un linguaggio criptico, che non permetta al non iniziato (per esempio il cliente) di capire bene quello che sta succedendo, quali miracolose combinazioni stanno avvenendo nella testa dei creativi che stanno lavorando su un prodotto.

Nasce così quell’orrida lingua che potremmo chiamare il “pubblicitese”, zeppa di anglicismi, di tecnicismi e formule per le quali, spesso si suppone, il cliente deve per forza riconoscere una qualche forma di compenso.

Pensiamo cosa comporta questa situazione nel caso di una piccola-media azienda che necessita di un restyling del packaging del proprio prodotto: si rivolge ad un fornitore di packaging e chiede “mi fa vedere cosa avete già fatto per altri clienti?”.
Come diceva Baudrillard, una delle caratteristiche del moderno mondo delle merci è che i prodotti tendono a essere tutti uguali e quindi la necessità di differenziarsi viene delegata agli strumenti della comunicazione.

Il fenomeno assume una tale importanza che il mondo degli oggetti diventa assolutamente dipendente dalla dimensione della comunicazione e non potrebbe esistere senza di essa. Questo è parzialmente vero, anzi in molti casi, specie nei prodotti di largo consumo, lo è sicuramente.
Tuttavia dimentichiamo troppo spesso che l’Italia è la terra delle centinaia di migliaia di piccole e medie aziende che sono depositarie di un sapere pratico inestimabile, che continuano a innovare, inventare e creare prodotti innovativi e originali.
Questi prodotti però, come sottolinea Baudrillard, di fatto non esistono se non riescono a comunicare la propria diversità, la propria originalità.

Il packaging in questo caso è lo strumento più semplice ma allo stesso tempo più potente per comunicare e allora perché il mercato è pieno di packaging che sono le repliche esatte di tutti gli altri?
Perché nelle piccole e medie aziende italiane il packaging è un problema e non un’opportunità? 
E perchè le imprese non imparano a usare nei loro pack la regola della banana? In cosa consiste? 

...approfondisci nell’allegato tutto lo studio e scopri... la "teoria della banana" nel packaging!

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Allegati:
La regola della banana

 
 

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