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La cultura italiana della RSI

Del: 26/05/2006

Vediamo subito alcuni numeri tratti da un’indagine promossa da Fondazione Operandi e Altis e realizzato da Lorien Consulting, nell’anno 2005 sulla popolazione italiana, con lo scopo di conoscere il rapporto che i cittadini hanno con le politica di RSI.

Su un campione di circa 1500 persone, di varie età e professione, quasi il 60% ha dichiarato di acquistare prodotti e utilizzare servizi forniti da società strutturalmente attente alla componente sociale; circa l’80% in più rispetto all’anno precedente.

Gli studiosi e gli esperti di RSI sono rimasti positivamente impressionati da questi dati significativi. L’80% degli intervistati ritengono che il presupposto fondamentale perché un’impresa sia definita “impegnata nel sociale” è quello di considerare in primis la propria tutela: attenzione verso i dipendenti, creazione di nuova occupazione, non delocalizzare la produzione nei Paesi a basso costo della manodopera, e altri ancora. Proprio quest’ultimo motivo è stato e lo è ancora il punto chiave discusso in numerosi convegni dedicati alla RSI ed in secondo luogo il rispetto delle risorse umane e di tutti gli stakeholder che ruotano attorno al prodotto/servizio distribuito.

Purtroppo ci sono ancora molti limiti che rallentano la diffusione della RSI nelle imprese: negli italiani prevale l’importanza attribuita alla normativa in materia rispetto alle caratteristiche di volontarietà che la caratterizza.
Tra i soggetti coinvolti nell’indagine c’erano anche imprenditori con aziende di dimensione e tipologia di prodotti diverse, solo il 5% di questi restano ancorati al concetto che l’unica ragione d’essere del business – per un’attività – è vendere e produrre utile.

Le ragioni di queste percentuali e di queste diversità di giudizio?
a) l’età; generalmente le persone di età elevata rimangono disincantati alle tematiche di RSI.
b) La scolarizzazione; l’attenzione verso produzioni “responsabili” è direttamente proporzionale al livello di istruzione.
c) Il reddito; le persone con livelli di qualità della vita (stile di vita) medio-alti, donne e giovani sono i principali sostenitori dell’importanza della RSI (circa il 37%).

Tutti gli stakeholder definiti tecnici considerano la RSI un vantaggio competitivo per l’impresa sia in termini di immagine, visibilità e reputazione sia in termini di un miglior risultato economico ed infine considerando il costo delle attività responsabili un importante investimento gestionale, strutturale e manageriale.

E’ fondamentale il coinvolgimento trasversale del personale aziendale, a partire dal top management fino al semplice dipendente, e la creazione di un dialogo continuo con gli stakeholder.
Il tutto richiede dei cambiamenti gestionali, flessibilità del personale e convinzione.

Gli strumenti di RSI più efficaci testati in azienda sono le politiche sociali per i dipendenti (60%), il codice etico (56%) e il bilancio sociale e ambientale (54%).
All’inizio è stata citata la parola delocalizzazione, nata come strategia, ma rivelatasi immediatamente un problema per i lavoratori e per le imprese. A causa di una forte competitività dei paesi a basso costo di produzione e manodopera, “l’Italia si trova in un periodo di congiuntura economica non rosea con la possibilità di un futuro ancora peggiore” (sottolineato dall’ora in carica Ministro Tremonti). L’Italia è costretta a diventare sempre di più un Paese esportatore di capitali ed importatore di prodotti; si parla del fenomeno di “fuga produttiva” completamente scollegato dal valore di “responsabilità sociale”.
A tal proposito sia i comuni cittadini sia gli stakeholder ( il 98% degli intervistati) hanno chiesto una maggiore informazione sui paesi dove c’è maggiore violazione dei diritti sociali, ambientali ed umani, sui paesi di provenienza dei prodotti consumati (certificazione), l’imposizione di dazi sul prodotti provenienti da Paesi che non rispettano i principi di RSI.

Tutti questi dati sono confermati anche dal fatto che solo i 30% degli intervistati affermano che un’azienda è socialmente responsabile se non delocalizza la produzione, rispetto al 53% che invece sostiene il contrario.

                                    Edi Florian – Impresa Responsabile
                                                 info@impresaresponsabile.it

 

 
 

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