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Surf neuronale sulle onde del packaging

Del: 07/07/2006


Quando anni fa scrivevo per una rivista psichedelica parlavo di “surf neuronale” come di una strada per espandere la mente ovvero per moltiplicare le possibilità creative del nostro cervello.
Surf neuronale significa attingere alle forme più disparate della comunicazione, dell’arte in tutte le sue espressioni, cercando di metter in fuori gioco le connessioni neuronale abituali e crearne di nuove.
Abbiamo tutti presente l’impressionante crescita delle capacità di un bambino nei suoi primi anni di vita. Questo effetto è dato dall’aumento vertiginoso delle connessioni tra neuroni che ne incrementano le capacità cognitive, espressive di comunicazione. Più o meno al termine della adolescenza queste connessioni tendono a fissarsi e quindi la persona cerca non più di aprire la propria percezione del mondo ma a ridurre il mondo a quello che già conosce, ai suoi percorsi neuronale privilegiati.
Questo meccanismo non è né buono e né cattivo in sé: è uno strumento di sopravvivenza in quanto nessuno potrebbe sopravvivere senza un filtro di fronte agli stimoli incessanti che il mondo propone.
La natura quindi crea a nostro uso e consumo uno strumento che per garantirci la sopravvivenza riduce la possibilità di cogliere il mondo nella sua complessità e variabilità.

Questa situazione tuttavia crea non poche difficoltà a chi fa un mestiere che richiede creatività in quanto deve da una lato esplorare nuove possibilità e dall’altro dialogare con il mondo della produzione che invece, per sua stessa natura, si basa sulle esperienze precedenti costruendo su di esse il proprio know how e la propria sicurezza.

Quando parliamo di packaging questa dicotomia si ritrova sostanzialmente in due fasi della progettazione: quella relativa alla usabilità del pack, alla sua possibilità di essere prodotto in serie e quella relativa alla comunicazione. Al centro di questo dilemma il packaging designer si ritrova ad avere a che fare con uno strumento che dovrebbe comunicare emozioni legate al prodotto e allo stesso tempo trovare la soluzione per adattarlo a percorsi produttivi standardizzati: il designer insomma diventa una specie di artista nel senso della bottega rinascimentale ovvero qualcuno in grado di unire la creatività e il “saper fare” stratificato da secoli.

Uno squilibrio in un senso piuttosto che in un altro porterebbe a packaging tutti uguali e privi di personalità oppure a esperimenti puri privi di praticità.

Questa situazione ha portato ad un facile compromesso per il quale il designer ripete forme e soluzioni già note riversando sul design grafico la parte di comunicazione. Sappiamo che in realtà anche mentre scriviamo c’è chi sta lavorando a soluzioni nuove e inedite in questo senso ma se guardiamo le migliaia di nuovi prodotti che vengono lanciati sul mercato ogni mese vediamo che la strada sopra descritta è decisamente maggioritaria.

Ma siccome abbiamo parlato all’inizio di surf neuronale ecco che mi ritrovo nella necessità di dare un colpo secco alla mia tavola e cercare di portarvi un po’ fuori rotta.

Cosa hanno in comune Buck Mulligan nell’ “Ulisse“ di Joice o il protagonista di “Natura morta con picchio” di Tom Robbins?

Leggi l’intero studio in allegato


                                                         Marco Rotondo



Allegati:
Surf neuronale sulle onde del packaging

 
 

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