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Impresa Irresponsabile

Del: 19/01/2007


Si intende irresponsabile un’impresa che, al di là degli elementari obblighi di legge, suppone di non dover rispondere ad alcuna autorità pubblica e privata, né all’opinione pubblica, in merito alle conseguenze in campo economico, sociale e ambientale delle proprie attività.

Tra le attività si possono elencare le seguenti: le strategie industriali e finanziarie; le condizioni di lavoro offerte ai dipendenti; le politiche dell’occupazione; il rapporto dei prodotti e dei processi produttivi con l’ambiente; l’impiego dei fondi; la redazione dei bilanci; la qualità conferita ai prodotti; i rapporti con il territorio in cui opera; le localizzazioni o delocalizzazioni delle attività produttive; il comportamento fiscale. Giova ricordare che a questo proposito esistono molte imprese che non si possono definire irresponsabili riguardo alle medesime attività o in uguale misura e durata.

Inoltre, l’impresa che agisce in modo irresponsabile ha mostrato d’essere fortemente presente nelle economie sviluppate come dimostrano sia gli scandali societari del dopo 2000 (dalla statunitense Enron alla francese Vivendi all’italiana Parmalat) sia le grandi perdite di capitale causate da strategie legalmente corrette, ma avventate sotto il profilo economico e industriale. Forte è la convinzione che la diffusione dell’ “impresa irresponsabile” sia la conseguenza d’un nuovo modello di governo imprenditoriale affermatosi negli USA, nell’Unione Europea e in altri paesi durante gli anni ‘90, dopo un lungo periodo di preparazione ideologica e organizzativa.

Si evidenziano due tappe principali. In primo luogo lo sviluppo d’una nuova concezione dell’impresa, fondata sulla massimizzazione a ogni costo, e a breve termine, del suo valore di mercato in borsa, quali che siano il suo fatturato o le sue dimensioni produttive. Un modello che può risultare favorevole a chiunque possegga anche una sola azione, se non fosse che nelle applicazioni pratiche durante gli anni ‘90 e nei primi anni 2000 essa ha per contro stabilmente arricchito i proprietari di grandi quote azionarie e i manager che ne mettevano in opera le direttive. I possessori di poche azioni o obbligazioni societarie hanno visto invece evaporare il loro valore con la stessa rapidità con cui l’avevano visto crescere quando non hanno perso tutti i loro risparmi.
Secondariamente, per affermare nella pratica la concezione del «valore per gli azionisti» sono stati modificati struttura e funzionamento degli organi di governo dell’impresa. All’interno di questi si è verificato il ritorno al potere diretto della proprietà anche di tipo tradizionale/familiare, ma soprattutto di quello di nuovo tipo, rappresentato dagli investitori istituzionali: fondi pensione privati e pubblici, fondi d’investimento, compagnie di assicurazione. Si tenga presente però che né l’idea né la realtà dell’impresa irresponsabile sono fenomeni originali del nostro tempo. La novità odierna consiste semmai nel fatto che dopo gli interventi susseguitisi nel corso del ‘900 in USA e nei paesi dell’Europa occidentale per regolare il capitalismo al fine di generare un minor numero di imprese irresponsabili, ora il capitalismo è stato deregolato e ha ricominciato a produrre in gran quantità quel genere di imprese, sebbene in forme nuove.

Numerosi furono gli interventi negli USA volti a regolare il capitalismo per rendere più responsabili le sue imprese sollecitati all’inizio del ‘900 dal presidente Theodore Roosevelt (1901-1908). La stessa espressione irresponsible corporation s’incontra precisamente in uno dei suoi saggi e discorsi raccolti in volume nel 1913. In esso Roosevelt spiegava le ragioni della battaglia che aveva condotto per ricondurre le grandi imprese sotto il controllo della legge. Esempio cruciale fu, tra altri suoi atti legislativi, lo Hepburn Act, concepito per frenare lo strapotere delle compagnie ferroviarie. Interventi analoghi furono estesi e rafforzati negli anni ‘30, dopo la grande crisi, da un altro presidente ancora di nome Roosevelt.

Nell’Europa occidentale la regolazione del capitalismo fu sostenuta dai governi democratici del primo trentennio - governi che erano non di rado d’orientamento conservatore o al più di centro — nella scia di riflessioni e decisioni già prese durante il conflitto. Per la durata di quasi due generazioni i proprietari, coloro che possedevano pacchetti di azioni sufficienti a determinare i destini finanziari delle grandi imprese, avevano affidato il governo di queste ai manager, dirigenti professionalmente formati per gestire complesse organizzazioni produttive. Viene definita l’epoca del capitalismo manageriale. Grazie anche al concorso di fattori politici nazionali, i manager che governavano le imprese riuscivano a garantire a un tempo profitti elevati e pace sociale.

Per contro, la caduta dei profitti verificatisi tra gli anni ‘60 e ‘80 spinge i proprietari, nel decennio successivo, a intervenire sempre più attivamente nel governo dell’impresa, sottoponendo i dirigenti a una rigorosa disciplina affinché elaborassero e applicassero strategie industriali volte a subordinare alla creazione di valore borsistico ogni altro interesse. Sul piano teorico l’idea non era una novità, ma già esplorata sin dagli anni ‘50 da vari economisti tra cui un premio Nobel d’origine italiana: Franco Modigliani. Dai primi anni ‘90 in poi, per iniziativa dei proprietari questa è stata applicata in modo drastico al governo delle imprese. I massimi dirigenti, che chiameremo di qui in avanti manager per distinguerli dai dirigenti operativi, hanno continuato ad avere una funzione centrale ma con minore autonomia.
Tramite i nuovi manager gli scandali societari, i corporate scandals esplosi in USA negli anni ‘90 e 2000 con centinaia di fallimenti oggetto di indagine giudiziaria, sono stati una conseguenza diretta dell’impresa irresponsabile. Si ricorda per gli Stati Uniti l’improvviso fallimento della Enron (dicembre 2001), leader globale della produzione e distribuzione di energia, al tempo settimo gruppo al mondo per valore di borsa. In Europa si possono menzionare tra gli altri i casi Kirsch Media Group (Germania 2002), Royal Ahold (Olanda 2003), Vivendi (Francia 2002), sino al collasso dell’italiana Parmalat (fine 2003), le cui dimensioni in termini di capitali dissoltisi (oltre 20 miliardi di euro) hanno superato quelle della Enron.

In realtà il rango delle azioni socialmente poco responsabili attribuite a grandi imprese, che la nutrita documentazione sulla corporate irresponsibility diffusamente riporta, appare ben più ampio di quello esposto dai recenti scandali societari, aventi in generale una base finanziaria. A gennaio 2005 è stato conferito da due ONG svizzere un apposito premio per la società socialmente più irresponsabile del pianeta a Wal-Mart, colosso americano della grande distribuzione. Altri esempi come la costruzione nei paesi in via di sviluppo di impianti chimici malsicuri che a un certo punto esplodono facendo migliaia di vittime (Union Carbide, Bhopal, India 1984); l’impiego di lavoratori schiavi (produttori di cioccolato, Costa d’Avorio, almeno fino al 2002); decine di migliaia di bambini che lavorano in condizioni inumane, causa la nocività dei prodotti chimici utilizzati in fattorie indiane che coltivano cotone poi fornito a multinazionali come Bayer e Monsanto (India, 2004, stati di Andhra Pradesh, Gujarat e Karnataka).

Tratto da “Impresa Irresponsabile” di Luciano Gallino

Edi Florian
info@impresaresponsabile.it

www.bilanciosociale.it

 
 

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