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Junk food

Del: 08/02/2007



Colesterolo e business: un matrimonio assicurato, almeno stando agli ultimi dati sul mercato degli snack.
Che non lasciano spazio ai dubbi e che fotografano un settore in crescita, nonostante la conclamata crisi dei consumi.

Quella del junk food, del cibo spazzatura, è infatti diventata una nicchia su cui le aziende stanno puntando, a colpi di nuovi prodotti e di forti investimenti pubblicitari: secondo una recente ricerca condotta dall’Università La Sapienza, in Italia gli spot di merendine sono il doppio rispetto agli Usa e dal ’98 ad oggi sono aumentati di sei volte.
Con la conseguente impennata dell’obesità e delle patologie ad essa connesse, soprattutto tra i giovanissimi, principali consumatori di snack.
Ma ad essere affetti dalla “junk food mania” sono anche gli adulti: secondo una recente ricerca realizzata per Riza Edizioni, un italiano su quattro è vittima di questa ossessione, che porta a consumare merendine anche quattro o cinque volte al giorno.
Una dipendenza che tocca in forma lieve il 78% degli italiani di età compresa fra i 18 e i 60 anni, i quali- dovunque si trovino e a qualunque ora- sentono il bisogno di un rompi-digiuno.

Esigenza supportata dalla capillare diffusione di distributori automatici e invitanti offerte, che puntano sul binomio “sapore” e “convenienza” dei prodotti, più che sulle loro caratteristiche nutrizionali.
Per combattere quello che è stato definito un flagello in crescita, aziende e governi stranieri da tempo si stanno muovendo.
A cominciare dalla Clinton Foundation che insieme a gruppi come Kraft, Mars e Danone, ha stilato un programma per la distribuzione nelle scuole statunitensi di snack a ridotto apporto calorico e di un minore passaggio pubblicitario di merendine.

Persino la Disney ha aderito alla campagna anti obesità, applicando adesivi con i suoi personaggi sulla frutta di stagione. Ben più intolleranti i cugini francesi, che dal febbraio 2007, per la prima volta in Europa, applicheranno il primo programma anti junk food, con l’inserimento di etichette anti obesità sui prodotti.
Una campagna che costerà al Governo 47 miliardi di euro, necessari, secondo i piani del Ministero della Salute, per diminuire in cinque anni il tasso di obesità di 20 punti percentuali. A fronte di dati tanto allarmanti, nel nostro Paese invece mancano ancora iniziative capaci di promuovere una sana educazione alimentare.

E le conseguenze sono evidenti: il 33,1% della popolazione è sovrappeso, mentre è obeso il 26,9% dei ragazzi, con punte che sfiorano il 36% in Campania.
Numeri su cui riflettere, visto che più di 23 miliardi di euro ogni anno, circa il 7% della spesa sanitaria nazionale, vengono assorbiti dai costi legati all’obesità.

                                                                   Rossella Ivone

 
 

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