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Wabi e Sabi, quando l’essenziale coabita con il lusso

Del: 27/06/2007

Minimalismo, tradizione, ma anche modernità. Da stile peculiare a tendenza universale, la semplicità del design giapponese incontra l’Occidente. E lo seduce.

 

 

 

 

 

 

 

 


(Foto Nikagawa Mika)

Semplicità rustica e bellezza, wabi e sabi. La cultura nipponica è da sempre basata sulla coabitazione degli opposti. Dalla cerimonia del tè al più moderno design high-tech, lo stile giapponese è fortemente caratterizzato da un minimalismo che non lascia spazio ad alcun orpello decorativo, ma che è comunque in grado di esprimere dinamismo e innovazione. Anche il design giapponese non rinuncia alla commistione tra tradizione e modernizzazione e, rifacendosi alla filosofia dell’haiku (poesia tipica giapponese di poche sillabe e dai toni molto semplici), predilige l’estetica “del togliere” piuttosto che quella dell’abbondanza.
Il rigore e l’essenzialità, caratteristiche peculiari della cultura nipponica, affascinano e contaminano anche il design occidentale. Sempre più numerosi sono infatti gli arredi orientaleggianti che invadono i nostri usi e costumi quotidiani. Proprio a Milano, capitale del Made in Italy e del design, si percepisce l’emergere dell’interesse nei confronti di questo stile: dal “Good Design Award” della Triennale di Milano ai corsi universitari, dai sempre più numerosi negozi d’arredamento (da segnalare Urushi, in corso Garibaldi 65, e Cinius, in corso di Porta Ticinese 89) all’abbigliamento, il minimalismo giapponese imperversa per le strade delle città. Borse, scarpe, ma anche manifesti pubblicitari o ristoranti subiscono sempre più l’influenza di questo modus vivendi. Si può parlare di un’invasione? O forse, semplicemente, ci affascinano l’esotismo e la filosofia che sono alla base di questa cultura? Certamente, se di invasione si tratta, non si può parlare di un’occupazione forzata. Più probabilmente ci lasciamo sedurre dalla possibilità di evasione dall’ordinario che questi prodotti ci offrono. Ma il culto della bellezza giapponese ha un suo prezzo, e il design nipponico diventa sempre più un bene di lusso.

La ricerca dei materiali e delle forme è forse uno degli aspetti più attraenti dello stile nipponico. Significative sono le sedute realizzate da Izumi Satoshi per On Way Co., realizzate con tubi metallici e stoffa che rendono l’oggetto avvolgente, e da Hashimoto Jun, che con la sua Thin chair (“sedia snella”) realizza una sedia in un unico pezzo estremamente semplice ma comunque sensuale grazie alle sue curve. L’uso di materiali tecnologici e ricercati non impedisce poi di realizzare oggetti che si rifanno alla cultura arcaica. La giovane designer Eriko Kasahara con le sue realizzazioni di illuminotecnica tenta sempre di riprodurre le forme e i movimenti degli elementi della natura. Nella stessa direzione opera Yasutoshi Mifune, interessato ad un’illuminazione che ricrei i cambiamenti stagionali.

La ricerca di forme semplici ed essenziali che possano facilmente evocare gli elementi principali della tradizione nipponica è anche alla base del lavoro di numerosi graphic designers, tra cui Kenjiro Sano, che attraverso forme minimali ricrea simboli sacri come il sole, e Nagi Noda, che incarna perfettamente la commistione tra tradizione e innovazione con i suoi Hanpanda (creature ibride composte per metà da panda e per metà da un altro animale). Allo stesso modo anche la fotografia di Mika Ninagawa si focalizza sugli elementi della natura (fiori, animali) e sui costumi giapponesi. Prodotti attuali e innovativi si ottengono, però, anche con l’utilizzo di materiali semplici come il legno e il cuoio. È il caso della borsa Kaku realizzata da Qurz Inc. all’interno della collezione Monacca. Il design giapponese dimostra, quindi, di essere estremamente complesso e profondo nonostante la sua palese semplicità, ed è probabilmente questa la caratteristica che ci attrae di più, quella in cui risiede la sua genialità.

                                                                      Delia Parodo
                                                                  Televisionet.tv

Articolo tratto da What’s Up Magazine, n. 12

 
 

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