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L’iper informazione e la grammatica emozionale

Del: 17/07/2007

Dalla sindrome dell’asino di Buridano ad una comunicazione che veicoli un’emozionalità coerente con il brand

Gli utenti finali soffrono sempre più di due sindromi particolari: quella cosidetta dell’asino di Buridano e quella da “aggiornamento continuo”. Vediamo la prima: di fronte all’enorme varietà di merci esposte in un grande magazzino il neo consumatore rimane attonito e interdetto… Questo stato d’animo attenua il suo impulso verso l’acquisto, fatto che ricalca l’antico paradosso dell’asino di Buridano che, messo davanti a carote ed acqua, rimaneva incerto sulla scelta e alla fine si lascia morire. L’altra sindrome sopra citata è l’ansia del possedere l’ultimo modello, definita anche “sindrome da aggiornamento continuo”, riscontrabile soprattutto nel campo tecnologico. Di fronte, per esempio, alla continua offerta di nuovi modelli di computer o cellulari l’utente rimane spesso paralizzato dal timore di comprare un modello che, solo dopo qualche settimana, risulterà obsoleto; per non sbagliare dunque non acquista. Ecco un paio di argomenti di eccezionale rilevanza che devono indurre ad imboccare una comunicazione priva di ‘disturbi di fondo’ che la inquinino, non aggravando così, i disturbi cognitivi di cui sopra.

La svolta negli studi di Roger W. Sperry
Così si esprimeva il neuro chirurgo Sperry (premio Nobel per la medicina nell’81): “Sembrano esistere due modalità di pensiero, una verbale e una non-verbale, rappresentate rispettivamente dall’emisfero sinistro e dall’emisfero destro che sembrano agire in maniera piuttosto autonoma e che il nostro sistema educativo, così come la scienza in generale, tenda a trascurare la forma non verbale di intelligenza”, sancendo così il riconoscimento ufficiale dell’emotività nei processi cognitivi.

I precisi parametri della sintassi emozionale
Esiste una sintassi emozionale ben precisa, testata ormai da più di 50 anni e corroborata ora dai risultati scientifici del neuro bio feed back, tramite il quale si può conoscere sempre di più e con maggiore efficacia cosa accade nel cervello del consumatore mentre fruisce di una comunicazione commerciale. Ogni step della comunicazione, anche quello che potrebbe apparire di secondaria importanza, è oggi misurabile. Prendiamo ad esempio la lettera i: Fernando Dogana testava in una ricerca del 1985 che l’associazione della lettera con il colore giallo aveva una ricorrenza del 48% mentre la stessa lettera con il blu raggiungeva appena il 3%; la medesima vocale (ricerca di Fonagy del 1983) era percepita ‘gentile’ dall’82% delle persone sottoposte al test mentre l’associazione con la tristezza raggiungeva appena l’8%. Secondo ricerche eseguite in tempi diversi da Czurda, Tarte, Greeberg e Jenkins la i è percepita come leggera (pesanti, invece, le u e le o) e in test di vicinanza emotiva è ritenuta quella dal gusto più piccante (seondo il 78% degli intervistati).
Conosciamo attraverso la psicolinguistica i significati emotivi di tale lettera e ora riusciamo ad individuare e focalizzare, attraverso il monitoraggio simultaneo delle onde celebrali, del battito cardiaco, della conduttanza elettrica della pelle e delle risposte muscolari eseguite in parallelo l’effetto, nel caso di uno spot, di un singolo frame nella percezione emotiva del fruente.

Una comunicazione non invasiva, efficace e ‘sostenibile’
In questi ultimi 10 anni sono stati fatti passi da gigante nella conoscenza più approfondita dei meccanismi cognitivi di chi riceve i messaggi comunicazionali: possediamo oggi gli strumenti per approfondire e applicare queste tecniche che interpretano con più esattezza le associazioni emotive e i conseguenti codici comunicativi.

                                                                  Fabrizio Bellavista

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