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Ah… se Coop fosse Central Market!

 versione inglese
Del: 26/07/2007

 


Un amico rileva nel mio argomentare sui prodotti tipici una biliosa ipocondria. Invece so anche immaginare un destino diverso per queste glorie offuscate dalla nostra civiltà ed il mio auspicio si riassume nel titolo dell’articolo. Ma perché proprio Coop? Semplice: è l’unica ad avere le dimensioni giuste per avviare una tendenza virtuosa a favore della cultura alimentare dei nostri connazionali. I francesi sono occupati in altre faccende e privilegerebbero la Francia. non ha spazi sufficienti. La d.o.? … troppo eterogenea! Coop, viceversa, ha un enorme parco di clienti fidelizzati, su cui esercita un comprovato ascendente. Coop sta integrando la tradizionale missione del prezzo basso, con un miglioramento della qualità della vita d’una clientela sempre più abbiente e cioè (volenti o nolenti) verso un consumerismo attualizzato, intelligente e pragmatico. Coop sostiene l’Università di Scienze Gastronomiche ed è impegnata nell’esperimento Eataly. Belle premesse tutte necessarie, ma non sufficienti.

Suggerimenti. “Insomma - direte voi - ma cos’è che deve fare di più la Coop?” Semplice. Dovrebbe liberare un’area di 10 metri per 25 dei suoi ipermercati, sacrificando qualche pallets di carabattole. Edificarvi la scuola di cucina come ha fatto appunto (tra i tanti) Central Market, catena alimentare del gruppo texano HEB.
Convogliarvi, infine, esperti, assaggiatori e cuochi che popolano il folto sottobosco degli italiani gaudenti e buongustai, e che non aspettano altro. Ospite ad Austin di Central Market constatai che tutto quello che si dice sulla straordinaria ‘shopping experience’ è vero: … 700 tipi di formaggi, 40 diverse salsicce store-made, le banane con diversi giorni di maturazione e i celebri ‘foodies’ che ti fanno assaggiare qualunque prodotto e mangiano l’insalata esposta (come si vede in un filmato pubblicitario) per garantire che è fresca e scevra da pesticidi. Altrettanto vere sono le scuole di cucina di Dallas, Forth Worth, San Antonio,… dove ogni giorno “impallinati” di ogni tipo insegnano, ad un pubblico di appassionati, a cucinare, a gustare i formaggi abbinando i vini… io ho partecipato a una lezione sulla differenze tra gli oli greci, spagnoli e italiani (umbri, siciliani, pugliesi,…). L’idea è semplice, funzionerebbe anche da noi.

Education. Premesso che la gnosi di Slow Food ha fatto presa anche su di me, sono un cliente risparmioso che acquista “scarriolate” di prodotti scontati del 50 o del 60% (a proposito, ragazzi, dateci sotto! Di più!! Di più!!!) e poi spreco tutto al banco (caotico) di formaggi, e dei salumi dei Carrefour, Iper, Gigante , Coop… mi districo nel loro abnormi assortimento privo di informazioni, perché tanti maestri del buongusto mi hanno insegnato qualcosa. Le “mogli del ragioniere o dell’ingegnere”, pur di per sé più benestanti di me, appaiono invece caute ed incerte. Ricordano qualche nome di specialità alla moda, ma nella sovrabbondanza dell’offerta non riescono a decidere. Se decidono, sbagliano e rimangono deluse. A Austin, invece, ho visto signore coi mariti, impegnate a conseguire il Degree in materie tipo: ‘italian cuisine’ o ‘Beer & Barbecue’. Mangiavano, imparavano, si divertivano. Americanate? Può darsi! Ma sempre meglio che stare in casa, impotenti, a sorbirsi “La prova del cuoco”!

Non costi, ma investimenti. Buffo! Quel che da noi sembra un aggravio dei costi, negli Usa ripaga e dà profitto. I corsi costano 50-60$ ciascuno. Inoltre, le case fornitrici fanno da sponsor e mandano i loro tecnici a fare lezione. Immaginate allora qualcuno che vi insegna a gustare il Murtrit o la Tuma Blova con i giusti abbinamenti di vini e di salsine; o una pasta con le sarde come Dio comanda. E la vita potrebbe apparirvi più bella assaporando una salama da sugo di Ferrara. Dalla scuola di cucina, trarrebbero persino vantaggio le marche di mass-market. La Barilla ci insegnerebbe a fare le Macine secondo la ricetta (scritta sulla confezione) convincendoci che quelle da lei confezionate sono altrettanto buone. La Kraft illustrerebbe i mille modi per presentare una Simmenthal, invece di sbatterla, fredda di frigo, in mezzo all’insalata come facevo io. E poi, insegnanti che vi fanno distinguere gli aromi dei whisky single malt e altri ad elogiare un nuovo yogurt ”che cura i reumatismi”… e poi e poi… Basta.

Concludendo. Non sono un sognatore, ma nemmeno un pessimista per partito preso. Dico solo che sarebbe un aspetto dello “Human Retailing” che predica POPAI, cioè lo sforzo di restare in empatia con la persona che (incredibile, ma vero) si cela dietro al consumatore massificato, bramoso soltanto di prodotti plastificati dal prezzo stracciato e rimbecillito da una pubblicità puerile. Faccio quindi una previsione: la Coop sarà comunque la prima ad aprire, in Italia, una scuola di cucina negli ipermercati. Accadrà tra il 2012 e il 2015.

(Articolo pubblicato su GDO Week n. 397 del 9 maggio 2007
Rubrica: Opinioni. Cultura gastronomica cercasi)
                                         Daniele Tirelli
                                                       
www.popai.it

 

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