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Mondo moleskine

Del: 15/12/2007

“Le vrai Moleskine n’est plus”: questo il lapidario annuncio, alla fine degli anni ’80, della proprietaria della cartoleria di Rue de l’Ancienne Comédie, dove si riforniva Chatwin. Vent’anni dopo, il taccuino amato da artisti e intellettuali è tornato.
Storia di un oggetto piccolo e semplice, intorno al quale è cresciuto un mondo che di piccolo e semplice ha ben poco.

Esiste in diversi formati, ma quello più diffuso misura 9 x 14 cm ed è quanto meno curioso pensare che queste siano le dimensioni di un gigante. Moleskine è un fenomeno di ampie proporzioni sia in termini di diffusione (è distribuito in più di 40 paesi) che in termini di passione suscitata in coloro che lo usano. Come sia diventato il compagno tascabile di milioni di persone lo spiega Maria Sebregondi, Responsabile Brand Equity and Network Relations di Moleskine: “Moleskine è cultura, viaggio, immaginazione, memoria, identità personale. Essenziale, compatto, intelligente, complementare alla tecnologia portatile sia dal punto di vista dell’estetica che della performance, diventa parte integrante della personalità di ciascuno. Elementi simbolici e pratici si intrecciano in uno story-telling object, rendendolo vivo”.
Gli elementi simbolici sono parte del bagaglio che il taccuino porta con sé, grazie alla sua storia particolare: prodotto in origine da piccole manifatture francesi che fornivano le cartolerie parigine frequentate dalle avanguardie internazionali, alla fine del secolo scorso divenne introvabile: nel 1986 era scomparso anche l’ultimo produttore, un’azienda familiare di Tours. Nel 1998, complice un piccolo editore milanese, Moleskine è finalmente tornato per riprendere il suo viaggio. Parte del suo “segreto” risiede nel suo essere un “libro ancora da scrivere”, che valorizza l’identità personale di chi lo possiede offrendogli uno spazio per esprimersi, e sempre più spesso un ponte per tessere relazioni significative tra le persone: numerosissimi blog, forum, gruppi d’incontro e di discussione sono nati spontaneamente sul web intorno a Moleskine, confermando il ruolo del taccuino nero come spazio che unisce l’analogico e il digitale, l’individuale e il collettivo.
Questo è anche uno dei motivi per cui non sono utilizzati mezzi di comunicazione tradizionali, come spiega Maria Sebregondi: “Moleskine si propone in un certo senso come un prodotto culturale, che crea momenti d’incontro con il proprio pubblico frequentando quei margini dove si materializzano i nuovi linguaggi, senza perdere quel carattere di scoperta personale così importante per i suoi utilizzatori. La marca non usa quindi mezzi tradizionali di pubblicità, piuttosto si lega ad eventi culturalmente rilevanti attraverso edizioni ad hoc e progetti speciali: sono queste le situazioni in cui il taccuino Moleskine può incontrare in modo diretto i suoi interlocutori più validi, i quali diventano testimonial spontanei della marca”.
Perché in un panorama come quello attuale, dove la maggior parte di noi ha una “protesi” digitale, questo ruolo di custode non lo affidiamo interamente al computer?
“Perché siamo in continuo movimento e le idee, gli spunti, i ricordi arrivano anche quando siamo in autobus o al bar: un taccuino funziona sempre, non ha bisogno di spine, cavi, ricariche... La tecnologia a volte s’impalla, le memorie digitali a volte si cancellano o prendono un virus e soprattutto sono immateriali: in un mondo sempre più virtuale e omologato, cresce di pari passo il bisogno di un’esperienza concreta, sensoriale, sensuale come la tattilità della carta, della propria grafia, del proprio unico e irripetibile gesto. Moleskine, attraverso il design essenziale e funzionale, la qualità dei materiali, la storia che custodisce, ha saputo interpretare e comunicare tutto questo, proponendosi consapevolmente come complemento della tecnologia portatile, fedele compagno di altri oggetti nomadi della contemporaneità come iPod, palmari e cellulari”.
Non stupisce, dopo aver esplorato il mondo che ruota intorno a Moleskine, l’affermazione che fece Bruce Chatwin ne Le vie dei canti: “Perdere il passaporto era l’ultima delle preoccupazioni, perdere un taccuino era una catastrofe”.

Sara Pittaluga
Articolo tratto da What’s Up Magazine n.16

 

 
 

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