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Sulle tracce delle false griffe

Del: 19/12/2007

Efficiente, rapida, un fatturato da capogiro, milioni di “dipendenti”… se fosse regolare sarebbe un modello da imitare. Peccato che sia proprio lei a copiare i modelli altrui e attraverso un sistema di diritti violati (non solo d’autore, ma anche umani!) ed evasione fiscale, abbia costruito un impero che alimenta il 9% del commercio mondiale. È l’industria delle false griffe, una società multinazionale senza marchio che sta facendo tremare il mondo della moda.

I dati ufficiali non possono descrivere la portata di un fenomeno che, per sua natura, vive e si rigenera nell’ombra, ma già da soli possono far immaginare il mostruoso impatto che l’industria delle false griffe ha sul mondo della moda. Oltre 2 milioni e mezzo di prodotti di abbigliamento e accessori contraffatti sequestrati in Italia nel 2006. Di questi l’86% proviene dalla Cina, che dal 2002 ha raddoppiato il suo apporto all’industria del falso. La maggior parte transita dal porto di Napoli e la destinazione finale non sono solo le bancarelle dei vu cumprà…
Ad aiutarci a capire le regole di funzionamento della rete criminale delle contraffazioni è Rita Fatiguso, giornalista de Il Sole 24 Ore, che vestendo i panni di un perfetto 007 ne ha smascherato rotte e protagonisti. I risultati dell’inchiesta sono stati raccolti in un libro, “Le navi delle false griffe”, nelle librerie a partire dal 5 novembre.

 “Tutto quello che esiste passa da qui. Qui dal porto di Napoli. […] Il porto di Napoli è il buco nel mappamondo da dove esce quello che si produce in Cina”. Già Roberto Saviano, in “Gomorra”, mette in luce il ruolo centrale del porto di Napoli come sbocco dei traffici di falsi che partono dall’Oriente. È davvero così?
Sì, c’è un legame fortissimo tra la camorra e i cinesi da almeno 20 anni, anche se sul porto di Napoli i controlli sono aumentati e una parte delle merci è stata dirottata altrove. Nelle mie indagini ho riscontrato che lo spostamento di merci non è altro che un metodo per riciclare denaro sporco, fatto da cinesi con cinesi. Queste “Navi” esistono, arrivano nel Mediterraneo in tempi brevissimi, 30 giorni, molto meno dei normali 3 mesi con cui un’azienda italiana fa partire il prodotto dalla Cina in maniera legale.

Come ti sei avvicinata all’argomento del tessile contraffatto?
Sono partita da un’inchiesta sui noli sottocosto, metodo che consente ai cinesi di tenere sottoscacco i piccoli importatori italiani. Con questo nolo, l’importatore può trasportare la merce e fare il viaggio ad un prezzo unico, ma in realtà dietro c’è il trucco. All’inizio sembra un regalo ma il conto finale a volte raddoppia. Così è nato anche il discorso di quelle che sono considerate “le navi del tessile”. Ho lanciato un finto segnale su internet attraverso uno spedizioniere mio conoscente. Ho chiesto di farci arrivare in 30 giorni la merce richiesta con risparmio sui dazi. Qualcuno dalla Cina ci ha risposto e da lì è partita tutta l’inchiesta che mi ha portato fino in Estremo Oriente. Lì ho trovato gente disposta a tutto per fare molti soldi in poco tempo. Spesso questi trasportatori non nascono nel mondo della malavita, ma sono persone “rispettabili” con un altro lavoro principale.

Qual è il trucco?
La nave arriva fino a Singapore o in Malesia, comunque in porti di trans-shipment, normalmente utilizzati per scali tecnici e rifornimenti. Qui le merci vengono abbandonate sulla banchina, non sdoganate, per venire poi etichettate come “made in Bangladesh” o “made in” altri Paesi asiatici che godono di agevolazioni nella tassazione all’importazione. Le etichette sono di aziende vere, ma ovviamente solo le etichette; con il sospetto che questa merce non venga soltanto trasportata ma anche confezionata a bordo da persone in stato di schiavitù.

Questa rete che parte dalla Cina ha qualche legame anche con il mercato del “Fast Fashion”?
Nel libro una citazione viene fatta: in gergo hanno un nome ma, non avendo prove, le chiamerò “le navi del prontomoda”. Alcune di queste aziende hanno raggiunto delle dimensioni enormi, proprio sfruttando i bassissimi costi di fornitura e lo stoccaggio istantaneo. Spesso non hanno neppure bisogno di magazzino. E’ curioso che la maggior parte dei capi non sia etichettata “made in Cina”, pur sapendo che la Cina è la fabbrica del mondo, ma la filiera si è così allungata, che anche per le aziende è faticoso avere un riscontro diretto sulla provenienza iniziale.

Possiamo dire che parte della colpa è proprio del sistema moda, ora principale vittima di questo sistema?
La moda ha certamente creato i cosiddetti bisogni indotti attraverso campagne pubblicitarie che inducono a pensare che avere un modello griffato faccia sentire socialmente interessanti. Per sfoggiarlo il consumatore è disposto a tutto, anche ad averlo falso. Il dramma è che c’è scarsa conoscenza del problema: nel comprare un falso non ci si rende conto di tutta la catena di sfruttamento e criminalità che c’è dietro. Forse la scelta da parte dei grandi marchi di moda di realizzare le seconde e terze linee aiuterà a limitare questo bisogno impellente di comprare dal mercato nero.

Che posto occupa l’Italia nel giro della contraffazione?
Il 30% dei prodotti contraffatti passano per l’Italia. Siamo i primi committenti. Sempre più numerosi sono anche i casi di falsi su commissione, non solo nella moda, ma persino nel piccolo artigianato.

 

Quali misure si stanno prendendo per combattere il fenomeno?
In Italia contro la contraffazione è stato istituito l’Alto Commissario, una nuova autorità che opera sotto il Ministero dello Sviluppo dell’Economia.
A livello europeo, se ci fosse la tracciabilità dei beni sarebbe più difficile per i truffatori perché dovrebbero certificare tutti i passaggi. Ci stiamo battendo per ottenerla, ma i paesi del Nord Europa non sono d’accordo nell’introdurre il “Made in” obbligatorio.

Per quale motivo?
Non sono paesi produttori e per loro non è importante. La realtà, però, è che oltre a Napoli, vi sono porti come Rotterdam ed Amburgo da cui passa davvero di tutto. La differenza è che nel Nord Europa non ci sono veri legami con la malavita in loco. Spesso è meno rischioso fermarsi in questi porti e raggiungere il resto d’Europa in treno.

Ci sono delle associazioni specifiche contro la contraffazione?
Indicam è un’associazione specifica che combatte la falsificazione e tutela i marchi associati, non solo in ambito moda ma anche il design e in generale il Made in Italy. Hanno fatto grosse battaglie e sono consulenti dell’Alto Commissario.

Per approfondire meglio la nostra piccola indagine abbiamo intervistato Silvio Paschi, Segretario Generale di Indicam.
Di cosa si occupa Indicam?
Indicam rappresenta oltre 180 aziende, impegnate nella lotta alla contraffazione dei prodotti di marca. Siamo attivi in Italia e internazionalmente attraverso lo studio dei pericoli della contraffazione, con la diffusione di una cultura anticontraffazione fra gli operatori e il pubblico. Diversamente dalla Camera della Moda, che ovviamente si occupa solo del proprio settore, noi lottiamo contro la contraffazione in qualsiasi forma essa si manifesti.

Ritiene sufficienti le leggi attualmente applicate?
La contraffazione è un problema molto complesso, difficilmente può essere eliminato ma può diminuire. Le leggi italiane sono migliori e più efficaci di quelle di altri paesi, però si può sempre migliorare, e come Indicam portiamo avanti attività di lobbying affinché questo avvenga.

Perché la contraffazione ha avuto uno sviluppo così forte ultimamente?
Purtroppo esiste da quando esistono i mercati di massa, la contraffazione per come la viviamo oggi ha degli effetti perversi. Direi che è frutto dell’effetto globalizzazione.

Addio bancarelle!
La nuova frontiera del falso è virtuale…

Per aggirare nuovi e più serrati controlli, in zona Brera a Milano il mercato di articoli contraffatti propone un catalogo virtuale; su palmari e cellulari vengono proposti veri e propri cataloghi degli ultimi modelli di borse e Tshirt. Basta scegliere il prodotto e un lesto “commesso” ve lo porterà rifornendosi da improbabili magazzini itineranti.

 

Alessandra Veschi
Articolo tratto da What’s Up Magazine n.16

 

Foto:
1) Rita Fatiguso, giornalista de “Il Sole 24 ore” (foto di Nicola Serafini)2) “Le Navi delle False Griffe” di Rita Fatiguso
3) Illustrazione di Incranio - www.incranio.com
4 e 5) Per gentile concessione della Guardia di Finanza

 

 
 

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