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La ricchezza dà la felicità?

 versione inglese
Del: 09/01/2008



Cresce ogni giorno di più l’interesse per un tipo di approccio alternativo al rapporto tra ricchezza economica e qualità della vita, tra aumento del reddito e felicità. A questo tema è dedicata una ricerca (pubblicata a fine giugno 2007), realizzata dal Prof. Romano Toppan, docente di Organizzazione del lavoro e sviluppo delle risorse umane presso l’’Università di Verona, con la collaborazione del Prof. Ruut Veenhoven, dell’Università di Rotterdam, di Nic Marks, della New Economics Foundation di Londra e di Carla Collicelli, vice direttrice del Censis, e finanziata dall’Assessorato alle Politiche Sociali della Regione Veneto.
All’origine della ricerca vi sono i cosiddetti paradossi della felicità: il più importante è quello rilevato in oltre 50 anni di indagini nel mondo per constatare che, ad un livello di ricchezza o di reddito sempre più elevati non corrisponda affatto un livello proporzionato di “benessere” e di soddisfazione della vita. Un altro paradosso è che il grado di “felicità”, che le indagini di centri di ricerca sopra citati hanno riscontrato in gruppi sociali che godono di altissimi livelli di ricchezza, è uguale a quello riscontrato da gruppi sociali che vivono nella massima sobrietà e persino povertà, come gli Amish della Pennsylvania o i Masai. Si diffonde dunque tra gli economisti, sociologi, ma anche tra i leaders politici un interesse crescente per la cosiddetta “well-being economy” ossia l’economia che stabilisce il benessere di un paese o di una regione non esclusivamente con gli strumenti e gli indicatori tradizionali del PIL, ma con un panel di indicatori che includono indici di sviluppo sostenibile, grado di salvaguardia dei valori culturali della nazione, dell’ambiente naturale e del buon governo ecc…
In altri termini: al PIL si cerca sempre più di preferire la cosiddetta FIL (Felicità Interna Lorda). Daniel Kahneman, psicologo e docente dell’Università di Princeton, ha annunciato l’elaborazione del “National Well-being Account”, un indice della felicità da inserire tra i parametri che misurano il grado di sviluppo di un paese, a fianco degli altri indicatori più tradizionali.
Su questa base scientifica ormai consolidata, possiamo valutare in che modo e attraverso quali forme il concetto di progresso, di benessere e di qualità dello stile di vita influenzano sempre più i cittadini, i loro consumi e, soprattutto, le loro aspettative per il futuro.
Si afferma, un tipo di economia fondata su valori immateriali, che permetterebbero all’umanità di vivere meglio, di vivere “altrimenti” e nello stesso tempo di non distruggere risorse non rinnovabili.
Appare chiaro ormai che al centro dell’agenda politica, il paradigma della economia della felicità debba essere inserito nella strategie dei prossimi 20 anni.
È impossibile continuare a crescere al di là dei nostri bisogni. Ma siccome la crescita è il mito dell’Occidente, l’accumulo di ricchezza, di potenza e di energia aprono le porte all’eccedenza che, se non è in grado di prendere la strada della solidarietà, percorre invece quella della decadenza e della solitudine.

E il Veneto è felice?
Passato in meno di 50 anni dalla povertà diffusa e dalla necessità di emigrare altrove per sopravvivere, anche nel Veneto ci si chiede qual è il modello da seguire nel prossimo futuro.
La media di “felicità” che esce dalla ricerca - effettuata attraverso la somministrazione di 400 questionari ad un campione rappresentativo di tutto il territorio regionale - è più alta comparata alla media nazionale (7.2 contro 6.9), rilevata dal Database Mondiale di Rotterdam, ma più bassa rispetto ad altri paesi, come Danimarca (8.2), Islanda, Irlanda, Malta e persino Colombia (tutte attorno a 8.0).
Le interviste parlano chiaro: la felicità è correlata in modo significativo con i comportamenti di consumo ispirati all’ecologia, alla sobrietà, alla moderata attività fisica ed al grado di fiducia verso gli altri: mediamente i due gruppi più felici sono i giovani dai 19 ai 34 anni e gli anziani oltre i 70. Quelli che stanno peggio sono i cinquantenni-sessantenni.
La richiesta di maggiore “sviluppo economico” non appare significativa, tanto quanto la richiesta di beni “immateriali”, come le relazioni (in famiglia, nella società), la sicurezza, l’ambiente pulito e sano. In questo il Veneto si dimostra ancora una regione sostanzialmente orientata verso un sistema di valori caratterizzato da sobrietà, solidarietà e benessere senza ostentazione. Ma vi sono segni di crisi, che cominciano ad erodere questo “capitale sociale”.
L’inchiesta suggerisce di correre ai ripari per tempo: ecco perché la “politica” sociale della Regione, con le strategie e gli incentivi di cui dispone, può far leva su alcune scelte ed incoraggiare quei fattori di “socialità”, volontariato, associazionismo e stili di consumo diversi, che possono permettere alle nostre qualità migliori di continuare a crescere, traghettando la transizione difficile di questa società “liquida” e globalizzata verso un modello “veneto” altrettanto originale come lo fu quello dello sviluppo degli anni ’60 e ’70.

(fonte “Regione Veneto”)

Edi Florian
“Immagine e Reputazione”
edi.florian@ediflorian.com
www.ediflorian.com

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