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La Chiesa divisa tra talk show e tg

Del: 18/01/2008


Pensare che non ci sia nulla di nuovo in quello che è accaduto in questi giorni sui media non è assolutamente possibile. Mi riferisco in particolare al rapporto discusso e discutibile tra Chiesa e mass media, oltre che tra Chiesa e Università e Politica.
La letteratura sulla comunicazione ci ha spiegato in passato come la Chiesa ma ha dedicato mai tutta la sua attenzione, in passato, alla copertura giornalistica "in senso favorevole ma a far si che i valori del messaggio cristiano fossero presenti e salvaguardati anche nei mezzi non direttamente dipendenti dagli apparati della gerarchia". Ed il riferimento è all’Osservatore Romano, Avvenire e Famiglia Cristiana.

Non avrei mai osato entrare in questa diatriba che da giorni apre tutti i telegiornali e occupa le prime pagine dei quotidiani se non avesse minimamente toccato i temi di cui mi occupo quotidianamente e quindi la comunicazione pubblica, quasi pubblica e politica. Sinceramente vedere il duello in tv tra Monsignor Fisichella Rettore della Pontificia Università e l’onorevole Pannella mi ha fatto impressione.
Più che vedere l’onorevole ma anche accademico Buttiglione con i suoi colleghi delle Università La Sapienza e Torino.

"La Chiesa non ha bisogno di fare digiuni per andare in tv" ha detto Monsignor Fisichella puntando il suo sguardo verso il basso facendo finta di non parlare di Pannella. La risposta non si è fatta attendere. Giacintone il radicale ha chiosato mettendo in seria difficoltà il faziosissimo Bruno Vespa: "mi piace un’altra chiesa, quella dei frati francescani e sono lontano dalla sua, da lei vestito così che dice queste cose".

Devo dirvi sinceramente che ho provato, da cattolico cristiano, un certo disagio.
Ho avuto la sensazione che i Monsignori o i Cardinali (Ruini aveva rilasciato una lunga intervista al Tg2 ) in tv fossero lontani dalla chiesa che agisce ma non parla.
Dai parroci che in Sicilia, Calabria o Sardegna combattono tutti i giorni la malavita, o da tutti coloro che ovunque stanno accanto ai poveri. A chi ora dopo ora non sta in Vaticano ma è in trincea a lavorare.
Si quei preti che di solito si vedono nella pubblicità dell’8 per mille. Quelli accanto alla gente. Ascoltare Fisichella o Ruini a Porta a Porta o al Tg2 mi ha dato la sensazione che non ci fosse in Vaticano più una grande regia mediatica.

Mai successo nulla di tutto questo con Giovanni Paolo II. Mai accaduto in tutto il pontificato del Papa polacco che ci fosse una sbavatura comunicativa.
Poi l’appello, tutto mediatico, a riempire domenica piazza San Pietro per testimoniare solidarietà al Papa. Una sorta di prova di forza da far vedere in tv per documentare che chi non voleva il Sommo Pontefice alla Sapienza ha sbagliato.
Ho citato più volte la massima dell’Abate Dinouart che ripeteva : "è bene parlare quando si dice qualcosa che vale più del silenzio". Ecco la sensazione di vuoto che si prova in una competizione tra Monsignor Fisichella e l’onorevole Pannella è questa. Vedere porpore che si dividono tra Giuliano Ferrara e Vittorio Feltri, che fanno bene il loro mestiere, in mezzo ad onorevoli e cattedratici fa un certo effetto.

Questo senza togliere il fatto che la lezione del Professor Ratzinger e del Papa Benedetto XVI, insieme, sarebbe stata utile, visto che avrebbe parlato del valore della vita.
Ma qui siamo andati ben oltre la contestazione di un gruppo di docenti che non gradiva la presenza del Capo della Chiesa Cattolica Cristiana. Qui è diventata una Corrida in cui tutti devono dimostrare che sanno cantare meglio di altri. Ma si rischia di sentire, come accadeva nel programma di Corrado ed oggi di Gerry Scotti, interpreti stonati.

Ma la Chiesa non può dopo gli spot adesso far parte dei talk show. Non perchè non deve esporre il proprio pensiero, nè perchè deve chiudersi a riccio. Ma come scriveva De Kerchove già nel 1984 "sfruttare appieno tutte le potenzialità espressive del piccolo schermo fa correre il rischio alla Chiesa di omologare l’espressione del sacro con gli altri messaggi e generi dell’intrattenimento e dell’evasione televisiva".
Comprendiamo che per Papa Benedetto XVI raccogliere l’eredità mediatica di Giovanni Paolo II è stato uno dei tanti pesi che deve portare. Così come capiamo che chi fa comunicazione oggi per il Vaticano sa che Navarro Valls è stato uno dei più grandi portavoce della fine del secondo millennio e dell’inizio del terzo millennio. Qualunque cosa accada è che la Chiesa torni al silenzio a cui è abituata. Far vedere a Porta Porta i tanti sacerdoti o le tante suore che lavorano ovunque in Italia e realizzano progetti inimmaginabili vale molto di più che una presenza di Monsignor Fisichella a Porta a Porta. Ma è un’opinione. Forse suffragata dalla storia della comunicazione della Chiesa Cattolica Cristiana. Basta rileggere l’enciclica Miranda Prorsus del 1957 o Communio et Progressio del 1971 o i testi del Cardinale Martini sui media per comprendere che non c’è spazio nei talk show per una chiesa del fare. Ma come dicevo è un’opinione, non la verità "sacrosanta", nè la rappresentazione della laicità mediatica. Un punto di vista.

Francesco Pira
Università degli Studi di Udine

 
 

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