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FOCUS ON MANAGEMENT BRANDING MEDIA INTERNATIONAL

Tra reality, spin-off e concorrenza

Del: 30/01/2008



Dopo una lunga esperienza a Mediaset, a stretto contatto con manager come Giorgio Gori e Gregorio Paolini, e un paio d’anni a Fastweb, nel 2003 Alessandra Alessandri crea Labmedia, e fa consulenza per tv e new media. Mettersi “in proprio” è un passo obbligato in un settore che vede spesso i due o tre colossi come Mediaset, Rai o Sky fare la spesa fuori.
Questo ha un aspetto positivo: c’è una polverizzazione dei produttori che dà linfa vitale al broadcaster, il mercato si amplia ed escono molte persone che creano buone aziende di produzione; di negativo c’è che il servizio pubblico dovrebbe fare quest’operazione con maggiore cautela, perchè sta perdendo la capacità di progettare e realizzare i contenuti.

Le ragioni sono solo economiche?
Sì, ma l’esternalizzazione per la tv è molto legata ai format. Se la scelta è appaltare qualcosa che si può invece produrre, è un aumento dei costi e un mancato utilizzo di potenzialità in dotazione, come format prodotti già dalla Rai stessa che vengono scartati. Programmare qualcosa che ha già funzionato all’estero è comunque una de-responsabilizzazione.

Le prospettive del mercato?
Sky, che era sottostimata, non è più una nicchia: la richiesta di contenuti nuovi e diversi è talmente schiacciante che vi si deve fare i conti. Il resto ha buone opportunità, ma le risorse pubblicitarie, che poi fanno la differenza, sono ancora sbilanciate sui media tradizionali che ne detengono l’80%.

Il Grande Fratello, come i reality o le soap vengono percepiti come prodotti di bassa qualità, ma quanta professionalità c’è dietro questi?
Dietro a un reality ci possono essere anche 200 persone: per l’Isola dei Famosi Magnolia passa dai 100 ai 300 addetti. C’è un grande sforzo umano, soprattutto quello autoriale, ed è forse quello che mi sembra sprecato: gli autori sono chiamati ad adattare i format stranieri al mercato italiano, a valutare le curve dell’Auditel del programma concorrente, per posizionare il proprio in concorrenza diretta con l’altra rete; si sono trasformati in “adattatori” e faticano a trovare le occasioni per ideare programmi originali.

Quali sono le “figure chiave” delle reti?
Non ci sono più figure produttive, ma solo figure “tramite” con i produttori esterni: “fluidificatori di processi” - i produttori esecutivi - che fanno relazioni, e i direttori di produzione che ottimizzano il lavoro tecnico; anche se poi le risorse produttive prestate alla rete sono eterodirette.

Quali sono le caratteristiche del manager televisivo?
Di quello ideale (più che quelli attualmente in carica), dovrebbero essere: Innovazione, contenuti, valori. Cui deve associare i dati economici dei prodotti editoriali, attraverso le ricerche di mercato e il marketing, e deve fare attenzione a farne buon uso, senza che questi schiaccino il proprio intuito e il proprio talento, le uniche cose che possono realmente promuovere la qualità del prodotto. Deve pensare al lungo periodo, credendo nell’innovazione del contenuto e provando a cambiare.

Cosa blocca il cambiamento?
Avere un’idea originale è percepito come rischioso; possono rischiare i manager meno legati alle dinamiche dell’Auditel, come quelli di La7 che ha il 2%, di MTV, che rifiuta di comunicarne i dati, e quindi essere più liberi. Se invece si usa solo l’Auditel, ne soffrono canali come Cult, dal contenuto molto buono ma con pochi spettatori. Orientarsi solo con l’Auditel impone scelte manageriali dalla vista un po’ corta. Ci vuole più coraggio.

Antonio Belloni

 
 

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