Registrati | Login
  

FOCUS ON MANAGEMENT BRANDING MEDIA INTERNATIONAL

Fashion Connection

 versione inglese
Del: 03/02/2008

Editoriali e copertine delle principali testate di moda italiane saldamente in mano a produzioni e fotografi stranieri. Semplice esterofilia? Qualunque sia stata la ragione, le conseguenze sono state drammatiche: due generazioni di fotografi italiani spazzate via e studi che chiudono. Ma se la moda è immagine e questa è governata da professionisti d’oltreoceano, il risultato è semplice: la moda italiana, leader assoluta negli anni ’80, è stata progressivamente relegata ai margini dell’impero fashion, di cui New York e Parigi sono ormai le capitali incontrastate. A raccontarcelo è Settimio Benedusi, uno dei pochi sopravvissuti.

Chi fa parte dello strano mondo della moda negli ultimi mesi si è diviso in due partiti: quelli che Report lo aspettavano con trepidazione e quelli che speravano non andasse mai in onda. La nota trasmissione di Rai Tre il 2 dicembre ha cercato di penetrare gli oscuri meccanismi di un sistema che la stessa Sabrina Giannini, l’autrice della puntata, ha definito “più omertoso della sanità in meridione”. In realtà era da mesi che i blog degli operatori e dei fotografi di moda erano sempre più bollenti e sembravano l’espressione di moderni moti carbonari. Report non ha fatto altro che far venire alla luce una realtà da molti ritenuta ormai insopportabile.
Protagonista dell’inchiesta trasmessa da Rai Tre, Settimio Benedusi è stato il fotografo che più di ogni altro ha denunciato il sistema editoriale che ha spezzato le gambe ai fotografi italiani, costringendo i giovani migliori a trasferirsi all’estero, proprio in quei paradisi, primi fra tutti New York, dove è più facile lavorare. Forte di un portfolio di campagne e copertine vastissimo e di altissimo livello, Benedusi è uno dei pochi professionisti che ha raggiunto un livello tale da permettersi di parlare “con la pancia”, senza paura di non trovare più un lavoro, come la maggior parte dei suoi colleghi.
Lo incontriamo nel suo studio a fine settembre, nel bel mezzo della settimana della Moda, proprio nei giorni in cui aiutava Sabrina Giannini a “rompere la diga che tiene ancora insieme questa struttura della moda che non è esagerato definire mafiosa”.

Il nostro incontro, in realtà, parte molto tranquillo, con il racconto, a volte nostalgico, dei momenti più belli della sua carriera, ma è solo una premessa per il tema a lui più caro in questo momento.

Come è cambiato il lavoro del fotografo negli ultimi anni?
L’avvento del digitale ha rappresentato una rivoluzione. Prima il fotografo si limitava a fare “il fotografo” e il lavoro terminava con la consegna delle diapositive al cliente. Oggi le cose si sono complicate e la giornata di shooting è solo un tassello di un lavoro molto più ampio che comprende tutta la post-produzione, spesso la stampa dei cataloghi e persino la pianificazione sui giornali. Inoltre, rispetto al passato, oggi i fotografi devono mostrare un approccio più creativo e proporre idee innovative per emergere. Non si devono limitare a realizzare quanto viene commissionato.

Dida foto per entrambe:Settimio Benedusi

Quale lavoro ti ha dato maggiori soddisfazioni nella tua carriera? Certamente “Sport Illustrated”, la più importante rivista al mondo di costumi da bagno, che mi ha chiamato per ben 5 volte. Ho scattato sempre con produzioni enormi e in posti fantastici: Seychelles, Mauritius, Bali e due volte in Malaysia.

Come ti approcci al soggetto che devi fotografare?
Il trucco credo sia quello di sedurre la persona con la quale lavoro per creare il feeling giusto. È la cosa che ho più imparato in questi anni. Funziona sempre. L’anno scorso ho fatto il ritratto ufficiale a Berlusconi con la sua famiglia, in un contesto super formale, ma alla fine l’atmosfera era diventata più che rilassata.


Qual è il tuo collega che ammiri di più? Tra i fotografi del passato mi piace molto Bruce Weber, che più di ogni altro ha saputo trasmettere emozioni e sensualità attraverso i suoi scatti. Quello delle emozioni è un elemento essenziale anche del mio lavoro, che cerco di non abbandonare mai, neppure quando vengo chiamato da Elle Decor a fotografare interni. Tra i contemporanei Michelangelo De Battista, un amico e grande professionista con una tecnica impeccabile.

Ti piace l’ultima campagna di Toscani sull’anoressia? A me Toscani non piace e non credo che sia un bravo fotografo. Certamente non è un bravo fotografo di moda. Toscani è, ed è sempre stato, un ottimo comunicatore. Qua a nessuno interessava del problema dell’anoressia, l’obiettivo era che si parlasse di lui e del marchio per cui aveva scattato. E l’obiettivo è stato raggiunto.

Cosa non ti piace del mondo della moda in Italia? La situazione della moda in Italia è tragica. E’ da anni che le principali riviste di moda italiane non fanno più lavorare fotografi italiani, distruggendo tutta la forza creativa del nostro Paese. Sabrina Giannini di Report ha cercato, a fatica, di ricostruire le cause di tutto questo ed è singolare che Dagospia abbia scritto (indica il comunicato sullo schermo del suo pc, NdR) “Terrore, panico, disperazione a Milano Moda. Sono entrati in pista i reporter di Report a caccia delle prove dello stretto legame di affettuosità tra stilisti e giornalisti”.
Finalmente qualcosa si sta muovendo. Il dramma è che non ci si rende conto che la moda è una delle principali industrie di questo Paese e andrebbe salvaguardata.

Se questo è l’effetto quali sono le cause?
E’ un sistema ormai generalizzato. La prima è stata Franca Sozzani, da quando c’è lei nessun italiano ha più pubblicato su “Vogue Italia”, ad eccezione di Francesco Carrozzini che ha firmato un ritratto di Tim Burton sulla copertina di “Vogue Uomo”. Per chi non lo sapesse il precoce Carrozzini è il figlio unico di Franca Sozzani (come già denuciato dal n°42 de “L’Espresso” del 25/10/2007). Ma non è l’unico caso: la redazione moda di “Anna” è a New York ed è guidata da Sciascia Gambacini. Chi è il fotografo più utilizzato da “Anna”? E’ Wayne Maser, il marito della Gambacini, che si è rifiutata di farsi intervistare da Sabrina Giannini.

Il nepotismo, però, non è un male che colpisce solo la moda, e di per sé non è sufficiente a spiegare la strana esterofilia delle redazioni di moda italiane. C’è dell’altro? Se per realizzare dei redazionali ci si affida sempre alla stessa agenzia, quantomeno c’è il sospetto che ci siano dei legami o un tornaconto. Ci sono dei tornaconti economici precisi, ed è ciò su cui ha indagato Report.

Quali sono i risultati di questo sistema?
E’ un sistema che sta producendo danni a cascata. Se i primi colpiti sono i fotografi, a ruota vengono stylist e truccatori. Anche loro faticano a lavorare. E persino le modelle, per fare carriera, devono stare a New York. Non è certo restando a Milano che si possono fare un book di alto livello. Per non parlare dei marchi di moda che per realizzare campagne o cataloghi di prestigio si devono affidare ai fotografi o alle agenzie più di grido, che ovviamente stanno a New York. Con la conseguenza che il fotografo americano arriva in Italia per fare due scatti strapagati, senza nessun interesse per quel cliente così lontano dal suo mondo. Siamo diventati la periferia dell’Impero.

(da What’s Up magazine 17, dicembre 2007)

Stefano Ampollini
foto di Tony Federico

 

 
 

Business Video