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La riproducibilità tecnica dell’opera d’arte

Del: 07/03/2008

Copiare le opere dell’ingegno altrui è un reato. Lo dice la legge. Rispettiamola. Tutti! Ma… se a copiare sono i cittadini di un paese con la bomba atomica e riserve valutarie che fan tremare la finanza internazionale e se quel paese ospita produzioni che danno grassi margini di profitto alle nostre imprese, grazie all’infimo costo del lavoro e alle inesistenti relazioni industriali, allora il rispetto della legge diventa opinabile.

F. Bastiat, nel suo “Ce qu’on voit et ce qu’on ne voit pas”, diceva che tra un cattivo economista e uno bravo la differenza è che il primo giudica gli effetti visibili ed inessenziali della realtà. Il secondo coglie quelli invisibili ma rilevanti. Reduce da un viaggio in Cina ho constatato l’entusiasmo di coloro a cui vengono colà offerte, a 5 euro, griffe da noi vendute a 400 e più. Schiavo di una vecchia teoria marxiana che vede il “valore oggettivo” delle cose rispecchiarsi nel prezzo finale, il cattivo economista le liquida come fregature dato il prezzo troppo basso. Gli orologi acquistati a Beijing, in una specie di Rinascente delle pseudo-griffe, però continuano a segnare il tempo egregiamente, le penne scrivono e gli indumenti non scoloriscono. La questione si fa dunque complessa. Il bravo economista ritiene che il problema non riguardi la copia in sé, bensì la copiatura della “macchina” che riproduce l’originale. Manufare con mezzi artigianali apporterebbe, infatti e paradossalmente, un valore addirittura superiore! Dunque ipotizza una disponibilità di macchine altamente automatizzate, con standard qualitativi indipendenti dalle istruzioni scritte in lettere latine o in ideogrammi! Già Karl Marx quando parlava del “grande automa” industriale osservava che anche un fanciullo sarebbe stato parte efficiente di un processo produttivo moderno. Che senso avrebbe una macchina avanzata per produrre beni di qualità 100 volte inferiore ai concorrenti? Le stesse materie prime utilizzate non possono essere scadenti pena il blocco delle stesse macchine iperveloci! L’enigma permane. Qualcuno di voi dirà: è chiaro! Il valore della marca è puramente simbolico, dunque soggettivo, dunque slegato dal valore d’uso che, tra vero e falso, si equivale, dato che l’orologio cammina, la penna scrive, ecc.

Dice allora il bravo economista: è credibile che la sola forza della legge riesca a spezzare la spudorata complicità tra consumatori ingrati e falsificatori astuti? È credibile che i consumatori rifiutino quel che viene loro offerto al prezzo di un biglietto del metro? “Griffe” significa “firma”, cioè opera unica d’artista, o quasi. Se si sceglie invece di produrne decine di migliaia di pezzi, trasferendo le macchine in Cina, perché le migliaia non dovrebbero diventare centinaia di migliaia? Chi lo spiega ai cinesi a cui, nel 1533, i nostri monaci rubarono (tra le altre cose) i bombix mori per produrre delle brutte copie delle preziose sete “griffate” della Cina?

Purtroppo i decision-maker leggono poco e ignorano quel che Walter Benjamin diceva sulla “riproducibilità tecnica dell’opera d’arte”. Il suo principio cardinale è la ristretta espositività, cioè la fruizione limitata a pochi. La qual cosa, ed è ben noto, impedisce all’artista di diventare straricco. Se l’ “opera d’arte” perde la sua “aura” e diviene feticcio culturale per le masse, la contraddizione esplode. I cinesi che tuttora si dichiarano (ricordiamolo) comunisti ed anche un po’marxisti, lo sanno bene. Chi li convince che i divari di prezzo di quel che producono in cambio delle briciole della torta sono giustificati dalle spese abnormi in pubblicità? Ma soprattutto: chi persuade i consumatori occidentali sul fatto che il vero affare è spendere 400 € e non 5 per qualcosa che sembra uguale? Il marketing sproloquia sulla “democratizzazione del lusso”. I cinesi, a modo loro, la attuano e gli esausti consumatori occidentali li assecondano.

Concludendo. Secondo me, tante battaglie intraprese per difendere la marca e il “Made in…” sono malinconicamente perse in partenza. Scaramucce in stile seicentesco di un Occidente stanco, decadente e cieco di fronte all’esplicitarsi di forze grandiose della storia e dell’economia nei paesi emergenti, a cui continua a trasferire tecnologia e know-how pur rivendicando privilegi indifendibili e sottraendosi alle sfide “globali”. Il presidente Mao lo ripeteva spesso: “gli stolti reazionari accecati dal loro egoismo spicciolo, amano sollevare una pietra per farsela ricadere sui piedi.”

-La miopia delle elite culturali Italiane circa la concorrenza dei paesi emergenti è grave-

-Gli enormi divari di prezzo, aggravati dal super-euro, per produzioni mature innescano processi irreversibili-

-La difesa di certe protezioni commerciali è patetica oltre che inefficace-

Daniele Tirelli
Presidente di POPAI Italia

 

 
 

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