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FOCUS ON MANAGEMENT BRANDING MEDIA INTERNATIONAL

Nuove tecnologie

Del: 14/03/2008


Lo spazio digitale in continua evoluzione e dilatazione - per la sua particolare natura di essere in qualche modo specchio, "doppio" della multiformità del mondo, in un grado infinitamente maggiore rispetto ai media "uno a molti" come la televisione, ancorchè interattiva… - ha bisogno di creatività, invenzione, sperimentazione, pluralismo e di visioni progettuali (anche a beneficio di questo mondo) per poter allargare con successo l’ orizzonte psicologico, sociale, antropologico, economico, comunicativo delle comunità di riferimento.
A questa nuova dimensione per maturare ed evolvere in senso pieno è essenziale una partecipazione sempre più ampia ed equa da parte di comunità (locali, nazionali, globali….) aperte al dialogo, alla condivisione e all’interattività; non l’interattività “debole”, superficiale e in fondo unidirezionale, di marca rischiosamente plebiscitaria, sollecitata dai sondaggi a risposte chiuse e definite “a priori”, non quella finalizzata al consumo prevalente, ma di quella difficile che è anche ricerca di nuove forme dell’apprendimento, della comunicazione e della produzione.

Per questo mondo, virtuale, “secondo” – che si mescola e si integra sempre di più con il “primo” in una sorta di continum (infosfera), in particolare per le nuove generazioni - servono codici, regole, criteri accettati dai suoi protagonisti/frequentatori e, soprattutto, è essenziale la definizione di nuovi diritti di cittadinanza, culturale, economica e sociale, diritti garantiti o comunque supportati dal "Pubblico" il quale gioca un ruolo assolutamente centrale nella progressiva formazione della società dell’informazione e della conoscenza. La sfida per le amministrazioni pubbliche e i governi ai vari livelli è da un lato non lasciare mercati e nuovi monopoli globali quali prevalenti parlanti, produttori di contenuti e significati da consumare/acquistare, primi attori nella gestione del mondo digitale e nell’uso delle sue straordinarie opportunità; dall’altro accettare con coraggio di confrontarsi con il mare aperto della partecipazione telematica e cittadinanza elettronica (e-citizenship), e vederla come una nuova, promettente, piattaforma di relazione e scambio con le comunità, terreno di sperimentazione di nuove forme di democrazia supportate, e non eterodirette, dalle tecnologie e dalla rete.

Non solo quindi e-government e amministrazione digitale, e cioè tecnologie al servizio dell’efficienza e della semplificazione nella distribuzione di informazioni e servizi (un obiettivo peraltro basilare per il rinnovamento, la modernizzazione delle “macchine” e degli “apparati”, ma anche e-governance, capacità cioè di utilizzare gli strumenti della multicanalità e della convergenza delle ICT per moltiplicare le occasioni di dialogo, di relazione e di inclusione nei processi decisionali di individui, mondo associativo, portatori di interessi diversi. Governare le città e i territori in modo da favorirne un equilibrato sviluppo economico e culturale, un’ armonica dinamica sociale, un’ alta vivibilità ambientale e, nel far questo, interagire con essi e saperli interpretare, essere in sintonia con essi, non è la proiezione onirica (utopica?) della città ideale, ma il progetto per eccellenza - delicato, complesso, attraente, etico - la scommessa da non perdere su cui le amministrazioni si giocano credibilità, autorevolezza e fiducia presso i cittadini. Essenziali sono quindi l’ascolto, l’accoglienza e la decodifica della pluralità di messaggi provenienti da un territorio reticolare e policentrico, senza più mura, da comunità multiculturali; vitali per contrastare la tendenza entropica, implosiva tipica di organizzazioni complesse come le pubbliche amministrazioni gerarchizzate, tradizionalmente basate su flussi decisionali ed informativi verticalizzati, perlopiù "top down" e non "bottom up" ed orizzontali, sia al proprio interno che verso l’esterno.

Un approccio non aperto, interattivo, pienamente consapevole della necessità di rovesciare modalità di comunicazione e di relazione i cui riflessi negativi vengono moltiplicati da perimetri e da molteplici livelli istituzionali rischia di elevare a potenza prassi consolidate che rallentano i processi decisionali, l’operatività degli interventi pianificati e la comunicazione che li accompagna. Nuovi canali vanno individuati per cogliere come opportunità – e non come minacce - le trasformazioni in atto che sempre di più contaminano la dimensione fisica con la sfera comunicativa immateriale, mediata dalle tecnologie. Quanto più questo obiettivo diventa una delle condizioni dell’amministrare e del programmare in modo corrispondente alle aspettative e ai bisogni, tanto più si evidenzia come arduo da raggiungere per la inadeguatezza degli strumenti abituali di dialogo con società/comunità complesse ed esigenti, segmentate e distribuite su di uno spazio nello stesso tempo unico (la/le città) e molteplice (le comunità/i quartieri).

Queste comunità - proprio in ragione del loro grado di evoluzione sociale, economica, culturale - rilasciano un’infinità di segnali e messaggi che hanno molteplici destinatari: uno dei più bersagliati è l’istituzione locale, in un certo qual modo disarmata di fronte a questo “civico flusso” di sollecitazioni e richieste. L’uso dei soli abituali attrezzi del mestiere di amministratore e di politico è insufficiente (non superfluo o superato!) culturalmente e praticamente, e contribuisce ad evidenziare il processo di distacco che spesso si stabilisce tra le società/comunità e i luoghi del governo. Il coinvolgimento del numero maggiore possibile di soggetti i quali devono sentire di far parte di un processo permeato di "spirito pubblico" e di progettualità condivisa è una delle chiavi per riallineare bisogni dei cittadini e capacità/possibilità di soddisfarli, per riavvicinare “palazzi” e “piazze”, telematiche e storiche. L’avvento – ormai da 10/12 anni - delle nuove tecnologie della comunicazione e della rete ha influito e influisce infatti profondamente sui rapporti che intercorrono tra cittadini e policy-making. Da una parte si diffonde pericolosamente l’insofferenza verso gli istituti tradizionali della democrazia rappresentativa, insofferenza che si esprime anche - e fortunatamente - nella domanda di nuove modalità di coinvolgimento e di azione collettiva, rese possibili dalla disintermediazione e dalla multicanalità introdotta dal meticciato digitale. D’altro canto poi la globalizzazione della sfera pubblica mediata, con la sua tendenza a creare “un tempo senza spazio” in grado di superare le barriere fisiche, ha ingenerato nei cittadini il bisogno di “rilocalizzare” le tematiche dell’agenda politica e di ritrovare il genius loci nella progettazione condivisa/partecipata.

Gli individui possono infatti reagire alla forza destrutturante dei flussi globali in due modi: sfruttando l’opportunità di costruire comunità transnazionali e transculturali oppure cercando nuove fonti di senso in obiettivi e progetti condivisi che nascono riscoprendo la condivisione di un territorio locale come sorgente primaria di identità politico-culturale. Le città, grazie soprattutto all’esistenza delle reti civiche nate a metà degli anni ‘90, si configurano dunque sia come nodi infrastrutturali in grado di consentire l’accesso alla nuova sfera pubblica che come topos stesso della discussione politica. Il tema dell’e-democracy infatti – e degli aspetti partecipativi ad esso correlati – è in qualche modo connaturato al dna delle reti civiche, promosse dalle istituzioni locali per rappresentare nella dimensione virtuale la civitas nel suo complesso, la comunità e i suoi appartenenti. Le nuove dinamiche politiche devono tenere conto della ricomposizione socio-economica della città in cui l’organizzazione dello spazio non coincide più con l’organizzazione del tempo, come nel modello economico-industriale classico. Il nuovo “netizen” – cittadino in rete - può esercitare i suoi diritti di cittadinanza potenzialmente ovunque, e in qualsiasi momento. Inoltre la crescente insicurezza che permea la vita degli agglomerati urbani impone l’adozione di misure ampiamente condivise per rafforzare la coesione sociale ed evitare una cittadinanza di serie A e una di serie B.

La partecipazione elettronica sicuramente non può rappresentare “la” soluzione ma è certa la sua funzione nell’aiutare a ricostruire senso di appartenenza, condivisione, conoscenza e informazione circa le tematiche rilevanti per una specifica comunità. La rete – che si può configurare come il paradigma di una democrazia nuova, senza riferimenti al centro e apparentemente senza spazi istituzionali/formali adeguati e normati - ha però anche bisogno di ancoraggi “fisici”, alla materialità e alla quotidianità della vita, è in cerca di ubi consistam nei quali le comunità – telematiche e non - possano riconoscersi e agire; le esperienze degli ultimi anni infatti evidenziano l’importanza del contesto locale come momento in cui i diversi fili della rete convergono a formare un nuovo centro. La strategia di governance si esprime meglio – nelle esperienze concrete - a livello di “democrazia di prossimità”, quando cioè le istituzioni sono più vicine ai cittadini. Attività di inclusione digitale e sociale per la democrazia elettronica e le pari opportunità di accesso alla e-partecipazione devono essere condotte contestualmente per dare a tutti le stesse possibilità, ferme restando nello stesso tempo la complementarietà e la sinergia dei processi “tradizionali/classici” con quelli digitali.

La risposta più efficace è data, oggi, da una governance praticata - elettronica e non - secondo un approccio all’innovazione tecnologica non tecnocratico, che passa anche, e soprattutto, attraverso l’innovazione amministrativa e l’innovazione politica: una sorta di “democrazia continua” che - anche avvalendosi della multicanalità e della multimedialità dei supporti utilizzati nelle relazioni con i cittadini - rafforzi il consenso e la democrazia rappresentativa. Gli ambiti operativi su cui tali processi vengono sperimentati con maggiore successo e partecipazione attiva (non solo consultiva) dei cittadini sembrano essere la pianificazione urbana, la progettualità da e per i Quartieri, il bilancio partecipativo. Gli strumenti più frequentati/utilizzati dalle pubbliche amministrazioni che sperimentano “laboratori” di partecipazione on line sono i forum, i blog, le piattaforme interattive, gli spazi di discussione/coprogettazione) e gli applicativi cosiddetti web 2.0 che consentono di pensare i portali pubblici come veri e propri spazi di coproduzione e di “conversazione” continua. Il web 2.0 - di cui tanto si parla – infatti è la messa in pratica, grazie all’evoluzione della tecnologia, alla diffusione esponenziale dei personal computer e all’allargamento delle conoscenze informatiche di base, dell’idea originaria che ha visto nascere e crescere internet e il web 1.0: la condivisione del sapere, la possibilità per tutti di interagire con tutti, il multicentrismo e l’orizzontalità della rete. Senza barriere fisiche o geografiche. I propositori del termine web 2.0 affermano che questa «seconda generazione» del web differisce dal concetto tecnologico iniziale - retroattivamente etichettato web 1.0 - perché si discosta dai classici siti statici, dall’e-mail, dall’uso dei motori di ricerca, dalla navigazione lineare e propone un World Wide Web più dinamico e interattivo, una sorta di piattaforma aperta e modificabile, una dimensione relazionale rimasta potenziale in internet, per indisponibilità fino a qualche tempo fa di tecnologie adeguate e facili per gli utenti.

Il web 2.0 è un sistema, senza un proprietario, tenuto insieme da una serie di protocolli, standard aperti e accordi di co-operazione; è un cantiere in continuo movimento e in perenne costruzione con il contributo di tutti: utenti (used generated contents/contenuti generati dagli utenti), navigatori, esperti informatici (open source community) e non, di ogni parte e in ogni parte del mondo che inducono un continuo rinnovamento anche nei processi decisionali e produttivi. Il web si configura in questo modo sempre di più come partecipato e partecipativo, rappresentato da e attraverso software e network sociali, da spazi come i wiki (uno per tutti: wikipedia!) e da applicazioni “di condivisione” che hanno dato vita a siti come You Tube, Flickr, Facebook, Del.ici.ous, dal social tagging con cui gli utenti "classificano" contenuti web, alla folksonomy. Democrazia elettronica, partecipazione ai processi decisionali, e-government e e-governance, privacy, open source, wiki, nuovi e liberi saperi, digital e gender divide, diritti per i cittadini digitali, una nuova “costituzione elettronica” per internet: sono questi dunque alcuni degli obiettivi-guida per l’oggi e gli anni a venire per la promozione di una società della conoscenza desiderabile e non segnata da sempre più profondi “divide” sia digitali che di altra natura: sociale, economica, culturale, di età, di ambiente, di genere.

Leda Guidi

 
 

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