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Non solo Emtivė, l’Italia cambia musica

Del: 20/03/2008


Nato per dare spazio ai videoclip di band emergenti, ecco un programma per dimostrare come ci possa essere buona musica anche al di fuori delle heavy rotation dei canali commerciali.

La scena musicale italiana indipendente è viva, pulsante. Eppure, stritolata nella morsa di festival mainstream e di canali musicali che tendono a dare visibilità solo a chi ne ha già, troppo spesso fatica ad esprimersi. Proprio per far fronte a queste poco edificanti premesse è nato “Non solo Emtivì”, in onda sul canale satellitare 906, di cui abbiamo parlato con la curatrice del programma, Federica Civica. Come e quando è nato il vostro progetto?
Il progetto nasce circa un anno e mezzo fa, ispirato dalla volontà di creare un canale alternativo, una finestra aperta sulle nuove proposte video-musicali italiane. Un’opportunità per tanti progetti meritevoli di attenzione che, nella maggior parte dei casi, non vengono assolutamente considerati dalle emittenti ufficiali di settore.

Puoi spiegare nel dettaglio come funziona?
La prassi è la seguente: il gruppo viene contattato tramite MySpace, e-mail, siti ufficiali o attraverso la consultazione di specifici database (territoriali o di genere), ormai reperibili pressoché ovunque in rete. Viene verificata la disponibilità del gruppo a fornire il proprio videoclip. Una volta ricevuto il materiale, provvedo ad effettuare una valutazione in base a parametri più riconducibili alla validità ed alla sincerità creativa della proposta, che non a ferrei presupposti tecnici o stilistici. In parole povere, un videoclip viene sicuramente preso in considerazione se le idee che lo hanno animato sono ritenute valide. I gruppi che ci hanno contattato sono numerosi, basta pensare al fatto che “Non solo Emtivì” ha coperto tutta la programmazione (una puntata a settimana, ognuna con tre gruppi) della scorsa stagione senza repliche.

Già dal vostro nome si capisce che cercate di promuovere gruppi che non abbiano esclusivamente un valore commerciale.
Questo si riflette anche nei generi musicali scelti?

Il nostro lavoro prescinde totalmente dalla presunta commerciabilità delle proposte che prendiamo in considerazione. La nostra scelta è quella di non porre limiti stilistici ai videoclip che promuoviamo, e scorrendo le puntate della scorsa stagione si può infatti notare come i generi musicali siano stati i più vari, garantendo al programma una sua coerenza qualitativa, ma libera dalle dinamiche di genere, dal reggae al grind.

Scegliete i gruppi anche in base al livello dei videoclip, o la musica è il criterio di selezione preponderante?
Nell’ambito della valutazione qualitativa di un prodotto esiste un livello tecnico minimo del quale è fondamentale tenere conto, per evitare che il telespettatore venga spinto a cambiare canale solo perché le immagini si vedono male. Però il criterio di selezione preponderante non è tanto la musica, quanto l’idea, la forza comunicativa sprigionata dalla sinergia di suoni ed immagini, che il gruppo ed il regista sono riusciti a realizzare.

Quali pensi dovrebbero essere le misure, da parte dello Stato, per promuovere più efficacemente i fermenti musicali, che in Italia sono parecchi?
Più che organizzare rassegne o concorsi, che spesso si risolvono in un fuoco di paglia, credo sarebbe ora di agire efficacemente abbattendo i costi dei cd e degli strumenti, istituendo fondi consistenti che aiutino chi dimostra di avere un progetto valido ad incidere, a promuoversi e a realizzare un videoclip.

Quanta responsabilità hanno le grandi major discografiche nell’appiattimento del gusto del pubblico?
Credo che l’appiattimento di cui parli non sia soltanto da imputare alle major. C’è una pigrizia di fondo, soprattutto in Italia, un assopimento generale rispetto alle aspettative che un ascoltatore dovrebbe nutrire nei confronti della musica che gli viene propinata. Troppo spesso, infatti, la musica mainstream diventa un comodo tappeto su cui adagiarci a sonnecchiare a fine giornata. Il nostro proposito è proprio quello di mettere in luce quello che troppo spesso rimane nell’ombra!

Giacomo Zanoni

Articolo tratto da What’s Up magazine 19, marzo 2008

 

 
 

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