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Paese che vai, birra che trovi

Del: 04/04/2008

(ma quella italiana piace anche all’estero)

Italia, paese di santi, navigatori, poeti, e a sorpresa anche di esperti nell’arte della birra. Il cui fiore all’occhiello, per premi vinti e per la passione di chi la produce, è la Birra Menabrea, di cui abbiamo visitato lo stabilimento nel centro di Biella.

La storia del birrificio Menabrea parte da lontano, e più precisamente dal 1846, anno in cui viene fondato a Biella un laboratorio per la produzione del biondo liquido. A più di 160 anni di distanza, le varie qualità di Birra Menabrea vengono prodotte e imbottigliate in quello stesso stabilimento. Un raro caso di continuità con la tradizione, come spiega Franco Thedhy, amministratore delegato dell’azienda:

“Siamo una perfetta miscela di archeologia industriale e di moderna tecnologia birraria. Ci teniamo a preservare l’aspetto fisico dello stabilimento, e la sua collocazione al centro di Biella, pur con tutte le difficoltà logistiche che questo comporta. Il risultato è un prodotto di nicchia, con una forte componente artigianale”. E se alcuni aspetti della lavorazione hanno subito inevitabili cambiamenti nel tempo, c’è un ingrediente fondamentale che è lo stesso da sempre: “La passione, che non si può comprare”.


Passione che dilata i tempi (un mese e mezzo per produrre una Menabrea, mentre le grandi multinazionali riescono a comprimere il processo in circa 5 giorni) ma che assicura un livello qualitativo apprezzato in tutto il mondo. E che ha portato a molti riconoscimenti prestigiosi.
Ben 3 sono i titoli consecutivi, dal 2005 al 2007, vinti dalla Menabrea Strong al World Beer Championship di Chicago, dove Menabrea ha trionfato altre 4 volte, nel ’97, ’98 e 2000 con la Bionda, e nel 2002 con l’Ambrata. E pensare che la prima iscrizione venne fatta nel ’97 da un importatore americano all’insaputa della proprietà, sintomo di quanta considerazione Menabrea avesse già acquisito fuori dai nostri confini, e non solo da parte degli addetti ai lavori.
Proprio all’estero si assiste infatti a una crescita costante di vendite, che si attesta attorno al 50% all’anno. Dati molto positivi, che non sembrano però aver dato alla testa a Thedy: “A tutti piace crescere” spiega “ma preferisco avere una crescita lenta e controllata che permetta di soddisfare le attese dei clienti, e le nostre esigenze”. Attualmente lo stabilimento biellese produce all’incirca 130 mila ettolitri l’anno, e può contare su 28 dipendenti. Siamo insomma di fronte a un prodotto che può fungere da paradigma dell’eccellenza del Made in Italy, e che come tale non si può sottrarre dal confronto con i fenomeni di accorpamento e globalizzazione che caratterizzano l’industria, non solo birraria, del 21° secolo.


“Tutti i più grossi marchi fanno ormai parte della galassia delle multinazionali, di gruppi come Heineken, Carlsberg e InBev che hanno ormai la leadership in molti paesi” spiega Thedy. “Come consumo pro capite, in Italia siamo sui 30 litri all’anno, la Francia ne fa il doppio. Questo ha portato i grandi gruppi a strategie molto aggressive sul mercato italiano, convinti che ci fosse un grande margine di sviluppo. Hanno fatto man bassa di tutte le birre italiane, come Moretti, Von Wunster, Wuhrer, fino all’acquisizione della Peroni da parte della SABMiller”.


Ancora più coraggiosa risulta quindi la politica di “indipendenza” intrapresa dal birrificio biellese. Unica concessione alle tendenze accentratrici del mercato, la partnership col gruppo Forst, non a caso altro esempio di azienda caratterizzata da una conduzione familiare.
Storia e rispetto per la propria lunga tradizione portano però a chiedersi se l’Italia sia un paese con una forte cultura della birra. Non molto, a detta di Thedy, che lo dimostra anche a livello lessicale: “Nel linguaggio comune italiano, il vino si degusta, la birra si beve e basta”. Una situazione molto diversa da paesi come il Belgio, forte di una tradizione birraria che affonda le radici al tempo dei Frati Trappisti, i primi a tramandare le ricette della peparazione grazie alla loro conoscenza della scrittura, o dei paesi anglosassoni, dove la birra al pub è un rito quotidiano.

Michele Orti Manara

Tratto da What’s Up magazine 19, marzo 2008

 
 

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