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Pari opportunità, inclusione sociale e gli altri: dove va il dibattito italiano sulla cittadinanza?

Del: 24/04/2008

L’anno 2007 è l’anno europeo per le pari opportunità. Per poterne analizzare adeguatamente l’impatto sulle tematiche e le modalità di comunicazione pubblica che declinano le “pari opportunità” come issue politica e culturale nel dibattito italiano occorre preliminarmente distinguere fra l’obiettivo perseguito dalla Commissione europea nell’istituire l’anno europeo per le pari opportunità, e gli obiettivi che verranno perseguiti attraverso le attività di politica sociale, culturale, simbolica, che avranno luogo nei diversi paesi europei ed in particolare in Italia.

Per cogliere il primo – obiettivo dell’Unione Europea – è già indicativo notare che l’anno europeo per le pari opportunità viene introdotto all’interno del campo semantico definito da “diritti alla parità del trattamento” e “esistenza libera da discriminazioni”. A questo l’UE associa il dibattito sui “vantaggi della diversità”. L’enfasi posta sulla diversità e l’integrazione – ma non assimilazione – della differenza nel tessuto sociale e culturale europeo è un tratto distintivo del discorso pubblico dell’UE a partire dalla fine degli anni ’90, alla cui base sta l’idea che l’UE è in grado di fornire ai suoi cittadini un quid in più di uguaglianza, che si esprime nell’annullare le condizioni di discriminazione di accesso alle opportunità per tutti i cittadini. In questo senso, è di cittadinanza che si parla e lo si fa identificando nella cittadinanza europea – come dimensione aggiuntiva a quella nazionale – la capacità di fornire agli individui una dotazione di diritti da fare valere in tutto lo spazio europeo. Le aree di azione attraverso le quali l’UE lotta contro la discriminazione sono: “diritti”, “rappresentanza”, “riconoscimento”, “rispetto”. Ed è solo attraverso la implementazione delle azioni che si situano in queste aree tematiche che la proposizione “la diversità è la nostra forza” può divenire parte programmatica – e non solo politica simbolica – di una politica di promozione della cittadinanza.
La discriminazione, sia essa basata sulla differenza di genere, di età, di religione o di etnia, nasce innanzi tutto dall’incomprensione dell’identità e della cultura dell’altro ovvero da barriere di tipo simbolico-relazionale. Il superamento delle barriere diventa allora un problema da presidiare attraverso un processo di comunicazione che accompagni i cittadini europei a conoscere l’altro e i benefici della sua diversità, oltre che ad essere consapevoli del proprio diritto a non essere discriminati. La possibilità di promuovere i propri diritti e di vederli in seguito non solo tutelati dalle istituzioni preposte a farlo, ma anche riconosciuti più in generale dall’opinione pubblica, presuppone consapevolezza di questi diritti da cui dipende, a sua volta, la capacità di guadagnarsi spazi di rappresentanza. È infine cruciale ricordare che la consapevolezza dei cittadini in merito agli spazi di cui essi godono per vedere tutelati i loro diritti o per chiedere l’effettivo enforcement dei loro diritti, o ancora per chiedere il risarcimento della violazione dei medesimi va di pari passo con i meccanismi di responsabilizzazione delle istituzioni. Istituzioni che sanno di doversi confrontare con cittadini consapevoli.

Spazi di azione

In questo quadro che sembra delineare sia le opportunità effettive di azione politica dell’UE come fornitore di diritti sia le giustificazioni normative di tale azione politica, gli attori nazionali sono chiamati a muoversi in spazi tutt’altro che angusti. Questo per due ragioni: innanzitutto sono i governi nazionali ad essere coinvolti dall’UE stessa come partner nella lotta alla discriminazione; in secondo luogo sono i governi nazionali ad essere i primi fornitori di cittadinanza ed è dunque al livello nazionale che continua a giocarsi parte importante del dibattito e della politica relativi alla discriminazione.

Il Dipartimento per i Diritti e le Pari Opportunità, organismo responsabile in Italia per la realizzazione delle iniziative legate alla celebrazione, ha ben intercettato questa opportunità. La struttura del Piano Nazionale d’Azione per il 2007 - prima parte di un più strutturato programma di attività a lungo termine previsto per il periodo 2007/2013 – fa riferimento in più punti ad iniziative di comunicazione volte ad accrescere la cultura dell’uguaglianza, il “riconoscimento del contributo delle diversità ad una società più giusta e la promozione del reciproco rispetto”, accanto alla consapevolezza dei diritti. Tra gli obiettivi specifici assunti per l’Anno Europeo delle Pari Opportunità la rappresentatività è segnalata come un punto fondamentale, con un duplice significato: quello di aumentare la partecipazione di soggetti potenzialmente esposti a fenomeni  
discriminazione attraverso azioni mirate di informazione e comunicazione che aumentino la    
visibilità delle situazioni individuali e di contesti a rischio di esclusione; essa però fa anche da base per ognuna delle attività programmate e con riguardo a tutti i sei fattori i discriminazione indicati nel piano azione: età, orientamento sessuale e identità di genere, religione, razza ed etnia, disabilità. Siamo dinnanzi, nelle parole della ministra Barbara Pollastrini, ad una “battaglia sui diritti umani, civili e sociali” il cui obiettivo è quello di promuovere l’uguaglianza.
Tra le aree prioritarie di intervento del Dipartimento per le Pari Opportunità due in particolare fanno diretto riferimento al ruolo della comunicazione: quella di Comunicazione, cultura e sport, che coordina tutte le attività di promozione e l’organizzazione degli eventi e quella sulla creazione dei Sistemi di rete che ha lo scopo di costruire o consolidare relazioni tra soggetti che si occupano della lotta alla discriminazione e della promozione di una cultura inclusiva.
Delle 15 azioni indicate nel Piano, la maggior parte riguarda momenti pubblici di dibattito e discussione sui temi in oggetto o la costruzione di reti di istituzioni e di soggetti del privato sociale: quindi, di nuovo, soprattutto, di momenti di comunicazione. I risultati attesi dal Piano sono tipicamente obiettivi propri di un processo soprattutto comunicativo-relazionale: aumentare livello di conoscenza attorno ai fattori di discriminazione, ai contesti discriminati e agli strumenti di contrasto e sensibilizzare l’opinione pubblica per promuovere una cultura condivisa verso forme di comunità accoglienti ed inclusive.

Ri-partire dall’individuo

Fondamentali per l’efficacia delle politiche di lotta alla discriminazione sono le categorizzazioni cui tali politiche devono necessariamente fare riferimento. Infatti, per potere  eliminare le cause della discriminazione occorre che vengano identificati i target della medesima (donne, anziani, giovani, lavoratori precari, minoranze linguistiche, minoranze religiose, minoranze etniche…). 
Si tratta dunque di prendere l’insieme degli individui che compongono una società e di dividerlo sulla base di dimensioni che vengono ritenute salienti (genere, età, scolarità, lingua, origine, eccetera).
Nondimeno, si ha l’impressione che la domanda di tutela dalla discriminazione sia legata al modo in cui ciascun individuo si rappresenta come parte di un collettivo, al modo in cui si pensa come attore sociale di un sistema di interdipendenza che egli identifica come il suo gruppo di riferimento, quello da cui trae indicazioni per le norme di comportamento, gli standard sociali, eccetera. In altri termini, le politiche di lotta alla discriminazione continuano a soffrire di un difetto maggiore, che è relativo alla mancanza di un chiaro riconoscimento del primato dell’individuo come attore di inclusione sociale.
Sarebbe pertanto assai limitativo in linea di principio e forse inefficace dal punto di vista fattuale intendere il cittadino come recettore di input concepiti dall’attore pubblico, che si farebbe carico di ricostituire, ovvero di ridefinire e ricategorizzare azioni e interazioni sociali sulla base  dei parametri della non-discriminazione. È dall’individuo che occorre dunque (ri?)partire,  soprattutto tenendo conto che su di esso interagiscono input di carattere comunicativo provenienti da molti ed ormai multi-livello attori istituzionali. Impensabile che l’uguaglianza che viene attuata a questi diversi livelli possa uniformare le relazioni sociali in termini di diritti se da parte di chi chiede la tutela dei diritti non vi è un chiaro riconoscimento del primato della responsabilità individuale nel rapportarsi all’altro. In questo senso, sono da guardarsi con auspicio tutte le iniziative dell’attore pubblico, sia nazionale che europeo, che tendono ad aprire delle arene di confronto fra attori sociali dove le relazioni sono governate da meccanismi orizzontali di scambio e  quindi di vera ed efficace deliberazione.

 

Valentina Casiraghi Daniela Piana

 

 

 

 
 

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