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New economy, un’occasione da sfruttare

Del: 22/06/2008

Sono passati ormai quasi dieci anni dalla pubblicazione del libro New Rules for the New Economy: 10 Radical Strategies for a Connected World, con cui l’autore Kevin Kelly, tra le altre cose fondatore e curatore dell’autorevole rivista Wired, coniò il termine New Economy.
Da allora fiumi di inchiostro sono stati versati per interpretare, poi spiegare e successivamente esaltare ma anche dileggiare, un fenomeno che in pochi anni ha avuto la capacità di impattare in maniera straordinaria sulla vita di milioni di persone, non geograficamente localizzabili, bensì sparse ai quattro angoli del globo.

Questo perché una delle caratteristiche principali della new economy è stata quella di delineare il proprio mercato di riferimento da subito su scala mondiale, facendo della rete internet il proprio spazio vitale e svincolando le aziende dalla fisicità delle proprie sedi operative o meno che fossero. Così facendo ha contribuito non solo ad azzerare specifici costi di gestione, ma ha dato soprattutto la possibilità di interconnettere, in modo del tutto nuovo, realtà ed elementi che fino a quel momento erano, non solo fisicamente, spesso troppo distanti (fornitori, clienti, business partner, ecc…).

Tuttavia, la new economy non si è accontentata di aver rivoluzionato il ‘come e dove’, ma ha cambiato il ‘cosa’, poiché il nuovo modello economico che ha contrassegnato il sorgere del XXI secolo, ha costruito le proprie fortune principalmente su quelli che gli economisti definiscono come ‘beni immateriali’, il software in primis, ma soprattutto i concetti e le informazioni.

Paradigmatico di come la new economy abbia rivoluzionato in questi anni la nostra vita, può essere l’esempio dei servizi finanziari. Proprio dieci anni fa, cominciarono ad affacciarsi sul mercato italiano le prime realtà che offrivano la possibilità di svolgere online (presso uno sportello virtuale) alcune operazioni tipicamente da sportello bancario (quindi un luogo reale). Nel tempo i servizi offerti si sono sempre più evoluti passando magari dal pionieristico trading online, allo svolgimento di operazioni sempre più complesse ed articolate, come il pagamento delle tasse (modulo F24), oppure la possibilità di ‘costruirsi’ a piacimento, in tempo reale, il proprio estratto conto. Il tutto senza che fosse necessario recarsi presso lo sportello della propria banca, durante l’orario di apertura e magari essere costretti anche a fare la fila. Ora basta semplicemente accedere ad internet, da qualsiasi parte del mondo, a qualsiasi ora del giorno o della notte ed utilizzare il servizio desiderato. Una vera rivoluzione!

Questa rapida evoluzione è intervenuta in molte altre realtà, tanto che oggi, a livello soprattutto macroeconomico, è difficile, se non impossibile, trovare un settore, un’attività, un’impresa che non sia in qualche modo web-oriented. Si potrebbe dire che nessuno abbia resistito al contagio, facendo propri i principi della new economy anche se, nel nostro paese, questo cambiamento è stato a volte vissuto quasi come un’imposizione. A conferma di questo approccio non del tutto costruttivo, vi è forse ancora una certa sottovalutazione di una nuova modalità di fare business, che in Italia potrebbe invece avere sviluppi del tutto inaspettati. Mi riferisco in particolare a vaste aree del Mezzogiorno in cui la ricchezza delle produzioni locali, non solo alimentari, ma anche artigianali e micro-industriali, potrebbe avere inaspettati sviluppi e potenzialità se adeguatamente ‘agganciata’ ai nuovi canali distributivi e produttivi di cui la new economy si è fatta portatrice.

Molto spesso si resta piacevolmente sorpresi di fronte a singole iniziative di chi vende ottimi prodotti su Ebay, oppure su siti creati appositamente (vere e proprie botteghe virtuali) e dedicati a specifiche zone o presidi; tuttavia non si può fare a meno di pensare a come queste iniziative potrebbero moltiplicarsi in modo esponenziale, se fossero supportate da tutta una gamma di specifiche politiche, in grado di indirizzare, sui nuovi canali virtuali, tutta una serie di prodotti che il mondo ci invidia, ma che non riusciamo ancora a vendere direttamente al mondo intero.

Ernesto Maschilla

 
 

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