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Quando comunicare diventa un lavoro

Del: 28/06/2008

Comunicare per promuovere, comunicare per vendere, comunicare per guadagnare.
Che parola e immagini siano fonte di reddito non lo mette in dubbio nessuno. Più difficile, forse impossibile, è conoscere tutti i lavori della comunicazione. Perché il giornalismo magari si sente ancora sul piedistallo, ma al giorno d’oggi cronisti, redattori e direttori sono solo una parte di un tutto, minoranza in un oceano di ‘esperti’, ‘professionisti’, ‘tecnici’, ‘creativi’ del comunicare.
Quel che accomuna tutti, e qui davvero le eccezioni sono poche, è la precarietà, condizione reale di quella che viene definita (ed è già un altro comunicare) flessibilità. Ed ecco che spuntano migliaia di collaboratori a progetto, giornalisti al servizio di mille datori di lavoro ma con nessuna certezza, soprannominati (ed è già un altro comunicare) free lance.

Lasciati al loro destino i reporter di carta stampata, televisione, radio e internet, si spalanca un mondo frammentato e caotico, aperto e movimentato.
Con uffici e addetti stampa già ci si allontana dal mondo dell’editoria per avvicinarsi a quello più concreto dell’informazione al servizio del padrone. Al giorno d’oggi non c’è ente pubblico, azienda privata con o senza scopo di lucro, movimento politico o apolitico, che voglia fare a meno di un ufficio capace di dire ai giornali quello che si deve sapere sul proprio conto, e tacere su quello che non si deve sapere. Oltre che, ma questo è del tutto secondario, comunicare all’opinione pubblica notizie di servizio.
Nulla in confronto a quella perfetta fusione fra marketing e comunicazione che sono le agenzie pubblicitarie, esempio vivente dell’universo comunicativo obbligato a portare a casa la pagnotta.

C’è l’account executive, il comunicatore - mediatore sempre al guado fra azienda pubblicitaria e cliente (l’utente) bisognoso di farsi pubblicità. Un po’ manager e un po’ politico, molto public relator, comunque sempre pronto a raccogliere informazioni da una parte, per plasmarle e girarle all’altra. Poi ci sono quelli che fanno il lavoro sporco, quelli che studiano. Tantissimi sono nel reparto media. E visto che ‘media’ non vuol dire altro che mezzi di comunicazione, chi lavora qui dentro analizza (media planner), raccoglie dati (media researcher) o si relaziona con giornali, televisioni, radio e siti web per acquistare spazi pubblicitari (media buyer). Non si andrebbe da nessuna parte se non ci fossero i media planner, teste pensanti che decidono a quale mezzo affidare i prodotti dell’agenzia, e le concessionarie di pubblicità, insostituibili salvagente per qualsiasi qualsiasi testata, emittente radio o tv. Perché se un giornale vuole vendere copie, deve vendere spazi pubblicitari a chi vuole vendere prodotti. La catena delle vendite non può prescindere dalla comunicazione e dalle imprese che lavorano per e nella comunicazione.

Fra marketing e linguaggio non c’è soltanto studio, relazione e gerarchia. Ci sono tanto istinto e inventiva. Per qualcuno è una figura romanzata, ma il creativo, anche se non sempre crea dal nulla, senza dubbio rimescola le carte, ribalta le prospettive, e comunque (se è bravo) seduce. Chi lavora nel settore sa benissimo quanto sia vorace la fame di idee nuove. Il creativo è il copy writer, quello che pensa lo slogan, quello che trova il linguaggio ideale per comunicare, flirtare e convincere al tempo stesso. Il creativo è l’art director, che comunica con le immagini, ‘vede’ quello che gli altri non riescono a vedere. Niente di astratto, ogni mezzo alla fine ottiene il suo prodotto, pronto per la ribalta: c’è il layout per la carta stampata, lo script per la radio e lo storyboard per la televisione.

Sono tutti mestieri diversi. Il giornalista, l’addetto stampa, l’account, il copy writer, l’art director. Mestieri diversi che hanno la comunicazione come denominatore. E di certo l’elenco potrebbe continuare, se non all’infinito, almeno per altre decine di pagine. Peccato che la brevità, la capacità di riassumere un fatto senza perdersi nelle sue mille sfaccettature, l’intuizione di trovare il modo più semplice per dire qualcosa, siano tutte doti necessarie e non sufficienti per qualsiasi comunicatore.

Marco Lignana

 
 

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