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Un avvocato tra le vigne del Collio

Del: 22/07/2008

Il produttore di vini Paolo Caccese ci racconta come nasce un’azienda di successo. Abbiamo trascorso una giornata nella sua tipica cantina, tra profumi fruttati e vallate verdi, parlando di qualità e amore per la terra.

Siamo in Friuli Venezia Giulia, regione nell’estremo nord-est d’Italia, dove influenze slave si intrecciano a culture d’oltralpe. In questa terra dalla tradizione radicata e conservata con sincero amore, vengono prodotti vini pregiati noti in tutto il mondo.
Al confine estremo della regione, dalle caratteristiche geografiche nordiche ma dall’aria piacevolmente mite, ci si immerge nel verde del Collio Goriziano, zona dove i vigneti crescono incontrastati tra vecchi casolari e strade serpeggianti. Il terreno, composto da marne e strati di arenarie, favorisce una viticoltura particolarmente pregiata che conta vini eccellenti quali il Tocai Friulano, il Pinot e la Ribolla Gialla.
Le cantine dei produttori di vini sono arroccate sulle colline, circondate da un silenzio e una pace indescrivibili, quasi surreali. Qui i ritmi sono scanditi dalla natura, ed è forse anche questo uno dei tanti motivi che ha spinto Paolo Caccese ad abbandonare l’attività di avvocato per portare avanti l’azienda vinicola che il padre, originario di Avellino, creò nei primi anni ’50.

 

 

 

 

 

 

 


Tre cipressi decorano il logo aziendale, in onore dei tre alberi che si trovano da sempre all’entrata della tenuta di Pradis, piccolo paesino arroccato sulle colline. Ben 6 ettari di viti perfette, potate con cura e controllate ogni giorno per produrre vini di alta qualità, circondano il vecchio casolare ristrutturato e oggi adibito a cantina.
Parlando della produzione, emerge subito la passione e l’entusiasmo con cui Caccese spiega la sua attività:“Si cerca sempre di migliorare la qualità, puntando a produrre i vini bianchi migliori nel mondo. Noi siamo in una zona piccolissima e oggi, di fronte alla globalizzazione, cerchiamo di realizzare un prodotto di nicchia. In Toscana e in Piemonte si producono i rossi migliori, ma i bianchi veramente buoni sono qui”.

Proprio la qualità è l’unica risposta possibile alle pesanti critiche, mosse all’enocultura italiana e alle sue tecniche di produzione non sempre ortodosse, che hanno avvelenato la vigilia dello scorso Vinitaly, il Salone internazionale dei vini e dei distillati tenutosi a Verona ad aprile.
“Se c’è qualcosa che non va è giusto che venga represso, ma prima di far uscire sui media critiche pesanti su un prodotto Made in Italy che ci rende noti in tutto il mondo, si dovrebbe evitare di fare di tutta l’erba un fascio. Alcune aziende non si sono comportate regolarmente e ciò ha influito negativamente su tutti i produttori di vino, tra l’altro in un momento molto importante per la produzione vinicola” spiega Caccese.

 


In Friuli il vino è “santo”, radicato nella tradizione e conservato come un tesoro. La cultura del vino qui ha origini storiche, e i vigneti abbelliscono le dolci pendici del Collio già dall’epoca romana.
A fugare la paura che questa passione storica e rappresentativa possa spegnersi con il cambio generazionale ci pensa Caccese:“Noto con estremo piacere una riscoperta del vino da parte dei giovani, sembrano entusiasti di portare avanti queste storiche cantine e tutta la tradizione del Collio. Propongono idee nuove e si interessano alla crescita della nostra zona”.

 

 

 

 

 


 

 

Certo ogni cantina ha i suoi segreti, ma quello che sembra accomunarle tutte e da cui non si può prescindere è l’eccellenza del territorio, adatto alla coltura di qualsiasi tipo di vigneto, ma rinomato soprattutto per la produzione di uva bianca.

 

 

 

 


 

 

 

“Mi piace continuare a produrre in purezza, proprio perché abbiamo un territorio che ci regala quest’uva tipica e particolarissima. Non amo gli uvaggi quindi preferisco continuare così la mia produzione”, conclude Paolo Caccese, orgoglioso della sua azienda e felice di aver tradito la scrivania e gli impegni in Tribunale per questi magnifici vigneti.

Martina Cesselli

Articolo tratto da What’s Up magazine 23 – luglio/agosto 2008

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 

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