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El Castillo del mistero

Del: 24/07/2008


Sentiamo spesso dire che in agosto noi italiani siamo ovunque, invadiamo le mete turistiche di tutto il mondo e ci incontriamo nei luoghi più disparati. Ho sempre amato aggiungere che oltre alle ferie nello stesso periodo, ci accumuna un endemico amore per i bei posti, da paese di esteti quali siamo, o quali dovremmo essere. Playa del Carmen non fa eccezione a questa regola e rientra tra le mete predilette dai turisti italiani, che ne amano il mare cristallino, la vita notturna, i prezzi vantaggiosi (in realtà carissimi rispetto alla media del Messico) e le spiagge caraibiche, che permettono una vacanza di qualità e comfort in perfetto italian style.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Messico in realtà è ben altra cosa rispetto a quanto questa località mostra, ma Playa del Carmen è un ottimo punto di appoggio per visitare lo Yucatan e le rovine Maya di Chichen Itza. Patrimonio Unesco dal 1988 e meraviglia del mondo moderno dal 2007, un’accurata visita al sitio archeologico non lascerà rimpianti. Numerosi e confortevoli i pullman che portano allo scavo archeologico, distante circa un’ora e mezza da Playa del Carmen, punto di partenza per la mia escursione, mentre da Cancun la distanza è maggiore.

 

Chichen Itza può essere tradotta con “sul ciglio del pozzo degli Itzá” e di fatti si trova proprio qui il più famoso cenote messicano, grotta di acqua dolce usata un tempo per i sacrifici agli dei. Le rovine sono i resti di uno dei più importanti centri regionali Maya, una cittadina costruita tra il VI e l’XI secolo, e di cui oggi restano El castillo, ovvero il tempio di Kukulkan, il Tempio dei Guerrieri, il campo per il gioco della pelota, il Complesso des Las Monjas, vari edifici risalenti al periodo classico e il Caracol, l’osservatorio astronomico.

 

 

 

Il campo per il gioco della palla, o pelota, è uno dei maggiori del Messico, lungo 166 metri e largo 68 con anelli nei quali si doveva gettare “la pelota” appesi a circa 7 metri da terra. Le regole prevedevano di fare canestro con una pesante palla di caucciù, ma utilizzando solo gomiti, fianchi e ginocchia per tirare e centrare l’anello. Due squadre composte da 7 elementi ciascuna si affrontavano in partite molto sentite, anche perché secondo l’usanza dei tempi chi perdeva veniva decapitato. I rilievi artistici ritrovati sui diversi monumenti hanno permesso agli storici di ricostruire una storia che altrimenti sarebbe andata perduta.

La maggiore attrattiva è il tempio, definito El Castillo dagli spagnoli durante il periodo della colonizzazione, dedicato al re Kukulkan e al divino Quetzalcóatl, il dio con forma di serpente che domina le decorazioni della costruzione. Nella mia prima visita al complesso di Chichen Itza, risalente al 2002, la piramide era aperta al pubblico. “Sube por su quenta y riesgo” recitavano i cartelli sparsi per il sito archeologico, tradotto: sali pure, ma a tuo rischio!

 

 

 

 

 

 

Le autorità declinavano insomma ogni responsabilità e qualche spiacevole storia aveva già segnato le piramidi Maya del Guatemala. Salire a “4 zampe” risultò semplice e piacevole, ma al momento di scendere, le risate mi si spensero sul viso. La sensazione era chiarissima: se per errore inciampo arrivo giù dritta! Le scene di panico dilagavano anche tra molti altri visitatori, e consapevole di non avere altra scelta, con calma e poca grazia ho percorso l’unica via possibile per ridiscendere dalla piramide: seduta, scivolando gradino per gradino… con il fondoschiena! Di alzarmi non se ne parlava proprio, meglio rimanere attaccata come una disperata alla corda in mezzo alla piramide, unica forma di protezione e aiuto dato ai visitatori per la discesa.
Ritornandovi quest’anno la sorpresa è stata forte nel vedere che El Castillo ora non è più “scalabile”. Il governo ha negato l’accesso ai visitatori proprio per via dell’estrema ripidità che comportava notevoli rischi, ma questo non ha scalfito l’interesse nei confronti del sito archeologico, limitandone l’esperienza conoscitiva. Le piramidi, appartenenti all’architettura Maya, erano costruite in pietra calcarea con numerosi stucchi e decorazioni, spesso usate per correggere gli errori di costruzione. Ogni dettaglio aveva una precisa simbologia che ancora oggi suscita interesse ed è argomento di studio, ma ciò che si coglie con chiarezza è il protendere verso il cielo delle piramidi, e la maestosità di queste costruzioni chiamate a impressionare le folle.
I segreti Maya popolano le rovine e affascinano i turisti. Il tempio di Kukulkan non attira solo per la sua mole, ma colpisce anche per i suoi significati astronomici: durante l’equinozio di primavera e di autunno, al calare e al sorgere del sole, gli angoli proiettano un’ombra a forma di serpente piumato, Quetzalcóatl appunto, lungo la scalinata nord. Come tutte le cose inspiegate, il mistero avvolge le rovine e crea pathos tra i visitatori che immaginano miti e mistero. L’importanza dei numeri astronomici è sottolineata in tutto il monumento, come nella più rispettosa tradizione Maya: le quattro scalinate che risalgono la piramide contano ognuna 91 gradini per una somma totale di 364; se vi aggiungiamo l’unico gradino del tempio il conto finale è di 365, l’esatto numero dei giorni di un ciclo solare… Tutti dettagli che rendono il popolo dei Maya così affascinante e misterioso, estremamente evoluto o forse, come sostengono le teorie più estreme, in contatto con entità provenienti da altre pianeti.

Simona Scacheri

Articolo tratto da What’s Up magazine 23 – luglio/agosto 2008

 
 

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