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Il Cesvi in Bosnia

Del: 05/04/2004

Sono passati più di sette anni dagli accordi di Dayton che hanno sancito la fine di tre anni e mezzo di guerra in Bosnia e oggi il Paese, suddiviso in due entità politiche sotto il coordinamento delle forze internazionali, soffre della frammentarietà amministrativa, della lentezza della macchina burocratica, delle difficoltà di ripresa economica, dopo anni di statalismo e conflitti.
Un crogiolo di etnie, bosniaci (il 43,7%), serbi (31,4%) e croati (17,3%) e di religione, musulmani, ortodossi e cristiani che stentano a trovare una convivenza pacifica. È qui che continua a operare il Cesvi di Bergamo, per portare un po’ di stabilità tra la popolazione civile.
Anche in Bosnia si sono avvertiti i contraccolpi degli attacchi terroristici dell’11 settembre e della guerra in Afghanistan prima e di quella in Iraq poi.
«Avvertiamo – spiega Eris Ceka, 28 anni, albanese, operatrice Cesvi in Bosnia in visita a Bergamo nei giorni scorsi – un’inversione di tendenza. Si torna ad udire il richiamo alla preghiera del muezzin e crescono nuove moschee». Dal 17 maggio 2002 il Cesvi ha avviato nel Canton 10, a nord ovest del Paese, un progetto di ricostruzione e aiuti economici per 82 famiglie rientrate nel Paese dopo la guerra.
«L’operazione, in collaborazione con le autorità locali – spiega Eris – non è stata affatto semplice. Non si trattava solo di ricostruire o ristrutturare una casa parzialmente distrutta ma anche di permettere il rientro a famiglie la cui casa nel frattempo era stata occupata da terzi, magari di un’altra etnia. Chiedevamo alle autorità locali di fornirci i dati delle famiglie desiderose di rientrare nelle abitazioni di origine dopo anni di lontananza, oltre a provvedere alla sistemazione dell’altro nucleo familiare. Il tutto poi è complicato dalle difficili relazioni inter etniche. Bisognava valutare in ogni caso se il rientro era opportuno e se c’erano le condizioni di sicurezza per l’inserimento sociale.
Fino a qualche anno fa era il Governo e l’ Unhcr (Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati) a incentivare anche economicamente il rientro ma la gente aveva paura delle ritorsioni. Oggi la popolazione ha voglia di ritornare e noi cerchiamo di predisporre le condizioni più sicure per farlo».
Il 28 ottobre 2002 il Cesvi ha avviato anche un progetto nazionale di prevenzione dell’Aids. Nel Paese infatti è in forte aumento la prostituzione. Il pericolo di contrarre il virus con rapporti non protetti è alto. È per questo che sono state avviate campagne informative ed è in fase di costituzione una info-line, una linea telefonica di informazione. «Gli aiuti medico sanitari – aggiunge Eris – sono invece stati concentrati sull’ospedale di Banja Luka».
«Abbiamo poi – spiega ancora Eris Ceka, che segue la parte amministrativa dei progetti coordinati da Carla Cappai – altri due progetti in cantiere. Vogliamo creare anche in Bosnia dei centri multietnici per bambini su modello dei centri Babylon avviati da Cesvi in Macedonia, per favorire lo scambio multietnico nelle nuove generazioni che ancora oggi frequentano classi separate. Infine, proprio per quelle famiglie che sono rientrate abbiamo studiato attività di supporto economico per favorire la ripresa economica. Continueremo a operare nel Canton 10 e nella zona di Sarajevo».
 
 

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