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Sharing Economy, investire o essere investiti?

Sharing Economy, investire o essere investiti?

Novembre è il mese in cui Milano si interroga sul tema della sharing economy in occasione del convegno Sharitaly, l’evento leader in Italia sull’economia della collaborazione con l’obiettivo di promuovere il dibattito e lo scambio di pratiche e favorire la contaminazione tra comunità, piattaforme, amministrazioni e aziende. E’ per questo che ho pensato, di condividere con la nostra community, attraverso il nostro COPERNICO RADAR, l’osservatorio di Copernico sul mondo del lavoro, nuove tendenze e lifestyle alcune riflessioni non solo sulla sharing economy in generale ma anche  del concetto di economia collaborativa, del perché sta acquisendo sempre più rilievo nel panorama italiano e internazionale e perché, in futuro, non se ne potrà fare a meno.

La sharing economy è basata sulla condivisione di beni sotto-utilizzati, condivisi con consumatori alla ricerca di risparmio e nuove esperienze. L’esemplificazione più efficace riguarda le seconde case, utilizzate in Italia al 6% medio annuo (fonte Halldis), costose e illiquide. In questo contesto, Airbnb (azienda americana valutata 26 miliardi di dollari) consente al privato di affittare direttamente ad un altro privato, Halldis (marchio leader in Italia) abilita la gestione per conto del proprietario, che vuole condividere la propria casa con altri turisti e viaggiatori. Il risultato è un beneficio netto per tutti: il consumatore ottiene l’esperienza desiderata al giusto prezzo, il proprietario dell’immobile un rendimento, la società nel suo complesso rimette in circolo gli immobili sfitti e l’economia turistica.

Ma su che basi nasce la sharing economy, che oggi si estende ad una miriade di altre categorie merceologiche come auto, vestiti, strumenti di lavoro e tecnologici, competenze e soldi? E’ fenomeno di moda o segnale di una rivoluzione strutturale?

Astraiamoci per un attimo dalla sharing economy in sé e guardiamo agli scenari internazionali che si presenteranno tra qualche anno: avremo una popolazione che da 7 miliardi di individui raggiungerà i 9 miliardi nel 2030, un debito pubblico globale che crescerà dal 46% al 96% del PIL, dal 2007 al 2035 (fonte Future State 2030 KMPG) e un progressivo consumo delle risorse del pianeta. Nel 2030, un miliardo di persone vivrà in luoghi con carenza cronica di acqua, un problema non da poco: possiamo tranquillamente affermare che l’acqua sarà il petrolio di domani.  Allo stesso tempo, nel 2030, il 60% della popolazione globale farà parte di una classe media (27% nel 2009) dotata di accesso ad internet e alle tecnologie mobile, con aspettative di consumo paragonabili alla classe media italiana oggi.

Si profila, quindi, un futuro di benessere diffuso in cui sarà necessario un approccio culturale diverso votato alla moderazione e alla sussidiarietà. Ne parlava già Jeremy Rifking, economista e attivista statunitense, nel 2000, quando con l’Era dell’Accesso dipingeva un cambio di paradigma dei valori dell’uomo: dalla proprietà all’accesso, dai beni all’esperienza. La sharing economy consente ai consumatori, quindi, di condividere i beni, dandone accesso temporaneo ad altre persone per un beneficio reciproco.

Ma come impatta questo cambiamento per le aziende? Nel mondo delle organizzazioni si parla di economia collaborativa, un passo oltre rispetto alla condivisione delle risorse propria della sharing economy, che Rachel Botsman, esperta del settore e founder del Collaborative Lab, definisce “un sistema economico di reti e mercati decentrati che sfrutta le attività inutilizzate facendo corrispondere richiesta ed offerta, bypassando gli intermediari tradizionali”. L’economia collaborativa implica un approccio sofisticato e proattivo, ed è alla base della capacità di innovare. Gli ultimi cinque anni di pensiero manageriale ci pongono all’attenzione come l’innovazione sia elemento differenziante tra aziende di successo e aziende che periscono. In un contesto di economia stanca da molti anni, è interessante osservare come gli operatori economici – professionisti, pmi, grandi aziende – siano estremamente ricettivi alla condivisione delle risorse e chiaramente orientati al fare rete con altre realtà.

Un modello di economia collaborativa tra aziende è evidente negli Stati Uniti, dove è nata nel 2010 Wework, un’azienda oggi valutata oltre 10 miliardi dollari. Adam Neumann, il Co-founder e CEO, la definisce una piattaforma tecnologica che connette consumatori  creativi a spazi di lavoro. Una realtà, quindi, specializzata nello sviluppo e gestione di grandi spazi di lavoro innovativi a supporto di una forza lavoro in costante crescita: i freelancer.  Wework mette a disposizione dei suoi 30.000 members, distribuiti in 18 città internazionali (tra USA, GB e Europa), spazi fisici in cui lavorare, servizi a supporto della vita quotidiana – dall’assicurazione medica, all’IT, dal legal alla formazione, eventi formali e informali per incoraggiare gli incontri e una app che supporta la connessione e il lavoro virtuale con gli altri members. Un’esperienza simile è tutta italiana: Copernico. Una piattaforma dove in 9 sedi gli oltre 3000 membri, condividono spazi comuni come ristorante, club, coworking, sale meeting, ma soprattutto dove nascono giornalmente nuovi business e esperienze di condivisione della conoscenza e sperimentazioni collaborative. L’esempio della vita quotidiana di Copernico ci fa pensare che le aziende Italiane, apparentemente incagliate in un sistema stanco, siano invece proiettate verso gli scenari di prospettiva disegnati dalle best practice di matrice anglosassone.

Secondo una recente ricerca di Deskmag (il magazine online americano per lo smart working), il numero di questo genere di spazi continua a crescere a livello globale: solo nell’ultimo anno è  aumentato del 36%, per un totale di circa 7.800 luoghi sparsi nel mondo, al servizio di mezzo milione di persone, ovvero 46% in più rispetto all’anno scorso. Il motivo principale per cui i lavoratori moderni cercano questo tipo di contesto è creare una comunità: infatti per il 71% dei lavoratori, l’interazione resta in cima alle ragioni per cui scegliere un tipo di organizzazione più “smart” e meno convenzionale. Questi sono i veri centri nevralgici del nuovo modo “intelligente” di pensare il lavoro, spazi ideati proprio per facilitare la permeabilità tra business, vita quotidiana ed entertainment, per condividere conoscenze attraverso incontri dedicati alle avanguardie e a temi di interesse per lo sviluppo delle aziende.
L’economia collaborativa richiede un forte investimento culturale per le aziende e per gli individui, rappresenta tuttavia il migliore degli investimenti in un contesto di risorse scarse. Un contesto che in Italia è già vita vissuta da lungo tempo, e che oggi dunque pare rappresentare un’opportunità (culturale) piuttosto che un problema (strutturale).

Fonte immagine: Greenews.info
Pubblicato il 7 novembre 2016

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