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Pubblicato: 8 Aprile 2014

Facebook, Ferrari e i rischi di essere fan

Non deve essere facile la vita dei grandi marchi all'epoca di Internet. I passi falsi non vengono perdonati, le mosse sbagliate quasi mai vengono dimenticate; per non parlare, ovviamente, di quando tutto questo succede sui social network. Solo per citare due degli ultimi casi (tristemente) famosi, basti ricordare il potentissimo boomerang mediatico che ha colpito la campagna #guerrieri e il caso che ha coinvolto il brand Barilla e le comunità LGBT. E tuttavia, grazie all'ultima particolare vicenda che ha colpito un'altro grande brand italiano, sembra aprirsi un nuovo scorcio nel panorama, già piuttosto vario, delle difficoltà che molte marche stanno avendo sui social; l'ultima è successa a Ferrari, galeotto il profilo ufficiale Facebook del brand.

Sammy Wasen aveva solo 15 anni quando creò un profilo Facebook per appassionati del cavallino rampante. Negli anni questo diventò uno dei profili più visitati sulla casa di Maranello, tanto che, nel 2009, riuscì a totalizzare ben 500mila fan. 2009 che però segno anche l'interessamento del brand, che mandò una mai per complimentarsi del gran numero di fan, ma anche spiegando come “a causa di alcuni problemi legali siamo costretti a subentrare nella gestione della pagina”. Insomma, un problema di diritti d'autore, di proprietà intellettuale usata, a parere del brand, usata “per fare soldi”. E che quindi ha visto Ferrari prendere possesso del profilo: dapprima, tenendo come amministratore il fondatore, poi, dopo 4 anni, rimuovendolo dal suo ruolo. Il giovane Wasen ha quindi avviato una causa civile contro il brand, sostenendo come Ferrari debba risarcirgli ben 5500 ore di lavoro.

Qui, come ha sottolineato Bloomberg, viene quindi ad aprirsi il dilemma etico, dilemma che in entrambi i casi potrebbe portare a una sconfitta per il brand italiano. Al contrario di Coca-Cola, Ferrari ha deciso di agire di 'prepotenza' verso il giovane fondatore della pagina: cosa che, a suo tempo, non aveva fatto il brand americano, che invece in un caso simile aveva assunto i propri fan ad amministratori. Caso, invece, che ricorda quello della lunga battaglia legale intrapresa da Nestlè contro Greenpeace (che, in un modo o nell'altro, poi Nestlè perse), che costò caro al brand svizzero in termini di popolarità sui social network. Il suggerimento, in questi casi, è quello di “avere un approccio più amichevole, per evitare reazioni aggressive su Internet” (le parole di Benoit Van Asbroeck, un avvocato belga specializzato in casi di proprietà intellettuale collegati all’informatica e a Internet). L'alternativa è proprio quella di trascinarsi in battaglie legali piuttosto lunghe e (nell'epoca dei social network il vero pericolo) pericolosi boomerang sulle principali piattaforme, con ripercussioni negative sulla propria popolarità sul web. Problemi del genere diventeranno sempre più comuni, di pari passo con l’espansione dei social network. Stijn Debaene, un avvocato specializzato in diritto d’autore, ha detto che “al momento, ogni volta che succederà una cosa del genere ci si troverà davanti a un bivio: perseguire i responsabili o lasciar perdere per il rischio di pubblicità negativa?”.

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