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Pubblicato: 2 Settembre 2014

Un festa in onore di Internet

C'è un appuntamento, in Italia, che celebra Internet e i suoi personaggi migliori. Si chiama Festa della Rete, ha raggiunto il successo sotto il nome di Blogfest e, dal 2003, raduna il meglio della rete italiana, assegnandone i premi ai personaggi più vista. Appuntamento, quindi, dal 12 al 14 settembre a Rimini: ogni giorno però, dalle 10 alle 19, la Festa della Rete si farà in cinque, come le cinque aree tematiche che quest'anno la faranno da padrone (economy, fashion&beauty, food, kids e media, oltre a un’ulteriore area, chiamata “fuori”, che ospiterà gli eventi speciali o fuori programma). La serata evento di sabato 13 sarà invece dedicata ai Macchianera Italian Awards, i premi che vengono assegnati ormai da un decennio ai migliori siti web italiani (votabili al seguente link) e ne decretano il successo.

Di rete vecchia e nuova, di blog e di social abbiamo parlato con Gianluca Neri, fondatore, ideatore e patrono della manifestazione.

Gianluca Neri, un pezzo importante della storia del web italiano, sin dai tempi del mitico Clarence. Cos'è rimasto della blogosfera italiana oggi?
Non molto. Ma nel senso che il blog più belli che c’erano si sono evoluti e sono diventati qualcos’altro, di più grosso e più influente. Del resto lo stesso strumento “blog” era semplicemente un modo per semplificare la messa online di un proprio sito, che fino ad allora veniva delegata all’amico smanettone o a software costosissimi. Dai blog in poi i CMS (i programmi della gestione) sono diventati semplici e alla portata di tutti. In molti casi addirittura gratis.

“Quando è nato un blog lo avevamo in cento, adesso siamo ancora in cento perché tutti gli altri sono passati ai socialcosi. Siamo quelli che scrivono più di 140 caratteri, e sembriamo una setta di massoni ottocenteschi: insomma, siamo diventati vintage in sei anni”. Questo l'ha scritto il blogger Sir Squonk, lo condividi?

Sì, abbastanza. E del resto Sir Squonk è uno della prima ora, che ha vissuto la nascita, la crescita, la mutazione dei blog e poi la transumanza verso i social.
Io apprezzo molto Twitter. Credo che a qualcuno abbia fatto capire quanto è prezioso il dono della sintesi. Ma credo anche che si sia anche un po’ esagerato a “pensare per tweet” e che ci sia in giro la voglia di leggere qualcosa di più lungo, approfondito e coinvolgente. Medium, ad esempio, va in questa direzione e sta avendo parecchio successo. Le due cose torneranno a convivere.

Di blogger diventati opinionisti è pieno il piccolo schermo. Quali sono quelli che hanno davvero qualcosa da dire?
Ce ne sono tanti che hanno ancora qualcosa da dire e tante altre persone che continuano ad averlo magari in posti che non sono più i blog. Esistono bacheche di utenti Facebook che contano più lettori di alcuni quotidiani. Sono personaggi diventati davvero influenti al di là del mezzo che hanno scelto di utilizzare. Dovessi fare dei nomi, i primi che mi vengono in mente sono Luca Sofri, Selvaggia Lucarelli, Stefano Quintarelli, Massimo Mantellini, tutta la band di Spinoza e, boh, davvero sono talmente tanti, che sono più i torti che si fanno nel nominare solo qualcuno.

Brand e blog: un amore tormentato. Come procede la love story?
Procede, ma è una di quelle storie d’amore in cui si sta insieme per convenienza. Molto della rete oggi viene pensato esclusivamente in funzione della pubblicità e dei click, e questo ha portato a un impoverimento dei contenuti. Se si scrive solo per fare contento un brand, ecco, quella è una buona ragione per non scrivere e trovarsi un altro hobby. Se lo scrivere diventa invece qualcosa che arricchisce una testata, allora non vedo nulla di male nel fatto che quella testata sia aiutata o affiancata da un brand. Ma molti di questi brand, oggi, vogliono avere voce in capitolo nei contenuti. E’ una cosa sbagliata perché, alla lunga, non porta vantaggi a nessuno. Esistono modi intelligentissimi di fare pubblicità, ma non ne vedo usati molti.

Come vedi la rete italiana? Twitter ha aperto le gabbie?

In realtà Twitter è abbastanza un “club quasi esclusivo”. Le porte le ha aperte Facebook. Per alcuni utenti di internet Facebook “è” internet. Avevano mail aperte solo per il lavoro e ci sono entrati magari coinvolti da amici, colleghi o compagni di scuola. Poi sono rimasti a giovare a Candy Crush Saga. Poi hanno imparato a condividere massime attribuendole agli autori sbagliati. Poi sono entrati nella fase della condivisione delle foto di gattini. Si evolveranno, ma hanno bisogno di tempo. E’ come il pubblico di una tv generalista, e pretende di trovare un contenuto da tv generalista.

Ha ancora senso, oggi, aprire un blog?
Esattamente come lanciare un nuovo sito: sì. Magari la parola è diventata fuori moda, ma ci sarà sempre qualcuno che avrà voglia o bisogno di dire qualcosa. Quando sceglierà di farlo in rete, quel posto potrà chiamarsi “sito”, “blog”, “diario”, “fanpage”, ma sarà un guadagno per tutti avere una voce in più.

Cosa ti manca degli anni d’oro della rete? Quello spirito da pionieri aveva un fascino tutto nuovo, la selezione naturale ha fatto il resto. Ma le testate adesso vivono sulle spalle dei blogger, vedi l’HuffPost o Il Fatto quotidiano. Qual è la tua opinione sulla “moneta della visibilità”?
Io credo di aver passato praticamente tutte le fasi della comunicazione online. Se mi fossi fermato a pensare un momento a cosa mi mancava di Itapac, o delle BBS, o di Fidonet, o di tutto ciò che poi è venuto credo che non avrei poi apprezzato a pieno quello che poi ha, a piccoli passi, creato la rete che noi conosciamo. E che è a un decimo della sua potenzialità. Fra qualche anno ci chiederemo se rimpiangiamo il periodo in cui c’erano Facebook e Twitter.
Sulla moneta della visibilità ho questa opinione: che non andrebbe proposta. Un autore può scegliere se usarla: io scrivo per te in cambio della visibilità che mi dai. Ma non è carino quando succede il contrario. Se una testata non ha i soldi per pagare i propri collaboratori forse bisognerebbe porsi una domanda: ha ancora senso che questa testata sia in linea? Interesserebbe a qualcuno se chiudesse da un giorno all’altro? Io credo che per molte testate le risposte a queste due domande non siano poi così scontate. Per altre, che lascerebbero un vuoto se dovessero chiudere, i lettori si batterebbero. E siccome ci sarà sempre bisogno di informazione, è impossibile immaginare un modo in cui nessuno si prenda la briga di informare. Solo che, come per tutto il resto delle cose, sopravviveranno quelli più bravi a farlo. Per il momento stanno purtroppo sopravvivendo quelli più bravi a fare titoli sul niente che però acchiappano click. Devono migliorare anche i lettori, non solo i giornali.

Qual è il valore aggiunto di un Macchianera Italian Awards?
Io ho sempre considerato i Macchianera Italian Awards come un gioco che, in un certo momento dell’anno, la gente sceglie di giocare. Ma sono ben consapevole che quando i giocatori sono tanti le cose si fanno un po’ più serie. E quindi capisco benissimo quelli per cui vincere il premio diventa l’occasione per avere la visibilità e un meritato riconoscimento. E’ la rete che ti premia, in massa, e anche se il tutto viene fatto in modo giocoso, un valore ce l’ha.

Fabio Sarpa

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