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Pubblicato: 10 Maggio 2012

Uno spot da favola

Freud ci andrebbe a braccetto a questa regressione verso il fiabesco che fa capolino nell'ultima mitragliata di spot. Da sempre ampolla d'emozioni, il gigantesco serbatoio delle favole ereditate dai secoli passati ritorna puntuale nei periodi più difficili. Come questi anni in cui la crisi azzanna e la voglia di sognare è l'unica via che ci permette di evadere dal freddo e grigio scenario d'un mondo al verde con i conti in rosso. Come ha mirabilmente sintetizzato l'ex sceneggiatore di Lost Edward Kitsis “In un mondo come quello attuale abbiamo bisogno delle favole perché abbiamo bisogno di speranza. La crisi economica ci ha portato verso l'evasione, verso qualcosa di primordiale, verso qualcosa che ci faccia sorridere senza comunque dimenticare totalmente il quotidiano”. Basta sfogliare la programmazione delle sale cinematografiche in cui titaneggiano sullo schermo varianti multiple di Biancaneve e dei sette nani, con l'istrionica Julia Roberts che incarna la Regina Grimilde e la sua ossessione per l'eterna gioventù.

Nel piccolo schermo e nelle affissioni tra il trasognato e il sublime ecco comparire aitanti mugnai ispanici che impastano tarallucci e macine per la prima colazione in un Mulino che più bianco non si può. Tra citazioni più o meno velate le teste brillanti dell'advertising nazionale e mondiale saccheggiano metafore dal mondo incantato seguendo collaudatissimi percorsi del più riuscito storytelling.

Ed ecco che nello spazio di 30 secondi si disvelano mondi di significato che rimettono in piedi il vecchio teatrino che furoreggiava ai tempi del Carosello televisivo, con spot a puntate che fanno sognare a occhi aperti, tra paradisi per caffeinomani e cavalcate nella storia. La teoria narratologica di Todorov appare chiave di lettura privilegiata, con triangoli che si instaurano tra protagonista, antagonista e la folta schiera di aiutanti e oppositori. In una sfida sempiterna per conquistare l'oggetto del desiderio, sia esso l'ultimo 'risoluzionario' iPad o la migliore offerta per telefonare in una virtualità illimitata a tutti coloro che condividono valori incarnati dalle compagnie telefoniche. Come i siparietti di Aldo, Giovanni e Giacomo con i due impiegati della lavanderia che sembrano i sarti della favola dei vestiti nuovi dell'imperatore e a farne le spese è sempre il malcapitato “imperatore” Giacomo. O la metamorfosi che da sempre attraversa la letteratura sin dall'Asino d'oro d'Apuleio, passando per il gigantesco insetto in cui si trova trasformato Gregor Samsa tra le pagine di Kafka. Un sorso di Coca Cola muta altrettanti tifosi in mascotte viventi, inclusa la nonnina, erede della Baba del folklore russo che guida spesso incauti nipoti tra le offerte dei fast food, stanca forse di aspettare le focaccine della sprovveduta Cappuccetto Rosso.

Personaggi senza nome, identificati da cromatismi e iconicità che ne decretano la fortuna. Come dimostra il successo dei dissacranti spot Vigorsol in cui niente è come sembra e tra le spiagge uruguayane riscuote successo un frigorifero umano. Mondi che non sempre sono felici quadretti di gioia e serenità, perché da sempre le favole di maggior successo sono quelle che affondano i denti dove siamo più fragili e indifesi, come il cannibalismo latente di Hansel e Gretel e la stanza segreta nel castello di Barbablù.


Antonino Pintacuda

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