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Pubblicato: 10 Ott 2018

I lavoratori italiani primi in Europa nella ricerca di aziende socialmente responsabili

I dati dell'ultima edizione del Randstad Workmonitor rivela attenzione al volontariato

aziende

L’ultima edizione del Randstad Workmonitor – l’indagine trimestrale sul mondo del lavoro di Randstad, secondo operatore mondiale nei servizi per le risorse umane, condotta in 34 Paesi del mondo su un campione di 405 lavoratori di età compresa fra 18 e 67 anni per ogni nazione, che lavorano almeno 24 ore alla settimana e percepiscono un compenso economico per questa attività – rivela una diffusa attenzione degli italiani all’inclusione e al volontariato, oltre che alle politiche sociali delle imprese in cui lavorano o vorrebbero lavorare, che però appaiono tutt’altro che allineate a questa sensibilità.

“Dalla ricerca emerge un forte divario di attenzione e sensibilità all’inclusione fra i lavoratori, che addirittura la pongono come prerequisito per la scelta di un datore di lavoro, e le imprese, che soltanto nel 50% dei casi hanno una politica che valorizza diversity e inclusione – commenta Marco Ceresa, Amministratore delegato Randstad Italia. La presenza di un programma di responsabilità sociale di impresa ben strutturato è un elemento che rende fortemente attrattive le aziende, eppure fra i principali paesi europei (Germania, Francia, Regno Unito e Spagna) soltanto la Francia si mostra più in ritardo di noi su questo fronte (43%), segno che le imprese italiane devono investire maggiormente in efficaci piani di CSR per aumentare la loro capacità di attrarre e trattenere i migliori talenti sul mercato”.

  1. Inclusione, diversity e disuguaglianze
  2. Responsabile sociale d’impresa
  3. Il volontariato
  4. Indici trimestrali


Inclusione, diversity e disuguaglianze

La maggior parte degli italiani si mostra aperta e sensibile ai temi dell’inclusione, della diversity e del contrasto alle diseguaglianze, al punto che la responsabilità sociale di impresa è considerata un requisito fondamentale nella scelta di un datore di lavoro. L’87% dei lavoratori, infatti, dichiara che vorrebbe lavorare soltanto in un’azienda con un solido programma di responsabilità sociale d’impresa, primi in Europa e diversi punti sopra ai principali paesi del continente, come Germania (75%), Francia (78%), Regno Unito (79%) e Spagna (77%). Quasi sei su dieci (57%), inoltre, ritengono importante, quando cercano un impiego, che l’impresa per la quale si stanno candidando partecipi a iniziative filantropiche. Una sensibilità che si riflette anche nella propensione al volontariato, praticato attivamente da circa un italiano su tre, mentre il 75% afferma che lo farebbe se l’azienda in cui lavora concedesse dei permessi retribuiti.

Lo stesso interesse, tuttavia, non è altrettanto diffuso fra i datori di lavoro. Soltanto un’impresa su due, infatti, valorizza l’inclusione e la diversity e solo il 29% incoraggia i propri dipendenti a dedicarsi al volontariato al di fuori dell’orario d’ufficio. Ancora minoritaria la percentuale di aziende che concede permessi di lavoro retribuiti ai dipendenti per queste attività: poco più di una su quattro (26%) lascia che sia il dipendente a scegliere la causa benefica o l’organizzazione a cui aderire, mentre in meno di un caso su cinque (18%) se ne occupa l’impresa.

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Responsabilità sociale d’impresa

Gli italiani sono fra i lavoratori più attenti ai piani di responsabilità sociale d’impresa delle aziende in cui lavorano o vorrebbero lavorare: sono quasi nove su dieci (87%, +9% rispetto alla media globale e +11% sulla media europea) i rispondenti che dichiarano di voler lavorare in aziende ben strutturate da questo punto di vista, al primo posto in Europa. Più della metà, inoltre, ritiene importante, quando cerca lavoro, che l’azienda partecipi ad attività caritatevoli o filantropiche (57%, -1% rispetto alla media globale e +6% sulla media europea).

Per quanto riguarda le imprese, invece, il quadro che emerge dal sondaggio presenta luci e ombre. L’aspetto positivo è che ben due terzi del campione (66%) dichiarano che il proprio datore di lavoro si impegna affinché i propri dipendenti riflettano la diversity presente nel mercato del lavoro locale e nazionale, con una lieve differenza di percezione fra generi (63% degli uomini e 68% delle donne) e un po’ più marcata fra lavoratori giovani e dipendenti senior (71% e 60%).

Oltre metà delle aziende, inoltre, sostiene attivamente almeno una buona causa (56%, in linea con la media globale e +4% rispetto alla media europea). Una sensazione diffusa in egual misura sia tra i lavoratori (57%) sia tra le lavoratrici (55%), mentre è più evidente la differenza tra fasce anagrafiche (62% dei 18-44enni, 46% degli over 45). Soltanto il 50%, però, segue una politica di sostegno all’inclusione e alla diversity in azienda, un buon risultato fra i paesi europei (+7% sulla media) e appena un punto sotto alla media globale, ma segnato da forti differenze di percezione se si scompone il campione per genere (lo dichiara il 48% degli uomini contro il 55% delle donne) e ancora di più per fascia di età (67% degli under 45, solo il 23% dei 45-67enni).


Il volontariato

Quasi tre italiani su quattro affermano che è importante dare un contributo alla società attraverso il lavoro volontario (74%), un risultato superiore a quello di tutti i paesi europei (+15% sulla media continentale) e ben nove punti sopra alla media globale (65%), con una forbice abbastanza ridotta sia fra uomini e donne (71% vs 77%), che si allarga fra giovani e senior (69% vs 80%).

Nonostante la forte adesione al lavoro volontario, però, lo pratica attivamente poco più un lavoratore su tre (35%, +1% sulla media globale e +6% su quella europea), con punte del 39% fra gli uomini (contro il 27% delle lavoratrici) e del 38% fra gli over 45 (contro il 33% dei più giovani). Il divario si spiega soprattutto con la mancanza di tempo. Il 75% dei dipendenti, infatti, dichiara che si dedicherebbe al volontariato se il proprio datore di lavoro concedesse dei permessi retribuiti (+2% rispetto alla media globale e +5% sulla media del continente), senza significative differenze di genere (75% degli uomini e 76% delle lavoratrici) o di età (77% dei più giovani, 73% dei senior).

Ma l’imprenditoria non sembra ancora pronta a rispondere efficacemente a questa spinta da parte della forza lavoro. Soltanto il 29% delle imprese italiane incoraggia i propri dipendenti a dedicarsi al lavoro sociale non retribuito al di fuori dell’orario d’ufficio (+1% rispetto alla media globale e +6% sulla media europea). A sorpresa, sono i lavoratori più anziani il segmento che si sente più stimolato in questa direzione (38%), mentre la percentuale scende vistosamente fra i giovani (24%). Più contenuta la forbice fra lavoratori (30%) e impiegate (27%). Ancora meno, infine, il campione che dichiara che il proprio datore di lavoro concede permessi retribuiti per dedicarsi ad attività sociali scelte dal dipendente (26%) o dall’azienda stessa (18).

Molto evidente appare il gap tra uomini, a cui è concesso un permesso retribuito per un’attività scelta dall’azienda solo nel 9% dei casi, e donne, a cui viene offerto nel 36% dei casi, e tra over45, di cui solo il 15% può beneficiarne per un’attività scelta da loro stessi, e i più giovani, che invece lo ottengono nel 33% delle occasioni.

Numeri non del tutto disprezzabili, ma ancora distanti dal modello di riferimento più positivo, rappresentato dalla Danimarca. Nel paese scandinavo il 43% degli intervistati svolge attività di volontariato al di fuori dell’orario lavorativo, il 70% delle aziende sostiene una buona causa, il 48% offre permessi retribuiti ai lavoratori per attività di volontariato scelte dai dipendenti ed il 43% li offre per attività scelte dall’azienda stessa.


Indici trimestrali

  • Mobilità – Nel primo trimestre 2018, rispetto al precedente, la mobilità dei lavoratori è cresciuta di due punti livello globale, a quota 111 punti. Il mercato italiano, invece, ha registrato un incremento di un punto, con un indice di mobilità che è passato da 100 a 101.
  • Cambio di lavoro – L’83% dei lavoratori italiani non ha cambiato né mansione né datore di lavoro negli ultimi sei mesi, il 10% dei dipendenti ha cambiato soltanto azienda, un altro 5% ha cambiato ruolo all’interno della stessa società, il 2% ha cambiato sia l’impresa che la posizione ricoperta.
  • Ricerca di lavoro – Soltanto il 3% dei lavoratori italiani sta attivamente cercando un altro lavoro, il l’8% sta selezionando nuove opportunità, il 21% si sta guardando attorno, il 26% non si sta impegnando attivamente nella ricerca ma se capitasse un’occasione sarebbe aperto ad ogni possibilità, mentre ben il 43% dichiara di non cercare lavoro.
  • Soddisfazione del lavoro – Pur occupando stabilmente la seconda metà della classifica, nel complesso gli italiani sono appagati dalla loro situazione occupazionale: il 64% è soddisfatto, il 26% non esprime un giudizio né positivo né negativo, mentre solo il 10% è insoddisfatto del proprio lavoro. In calo, invece, sia l’ambizione di ottenere una promozione (che passa dall’81% al 75%) sia il desiderio di iniziare un’attività diversa (dal 57% al 54%).
  • Timore di perdere il lavoro – Nell’ultimo trimestre, è rimasta stabile la percentuale di italiani che hanno timore di perdere il posto di lavoro (7%) ed è diminuita la sensazione generale d’insicurezza (coloro che non hanno molta paura di perdere il posto ma neanche poca, scesa dal 30% al 25%). Cresce invece il numero di dipendenti che ritiene di poter trovare un’occupazione analoga nel giro di sei mesi (53%, quattro punti in più dello scorso trimestre) e anche la fiducia di poter trovare un lavoro diverso (in aumento dal 43% al 50%). Sono i giovani il segmento con il maggior incremento di fiducia: nella fascia 18-24 anni sale del 15% sia il numero di chi crede di poter trovare rapidamente un impiego simile sia di chi pensa che troverà senza difficoltà una diversa occupazione, mentre fra i 25-34enni la crescita è rispettivamente +9% e +12%.

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