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Pubblicato: 15 Dicembre 2014

Il web, terra di disuguaglianze

Se si prova a pensare a uno strumento democratico, accessibile ai più, e veramente trasparente, ovviamente il primo media che viene in mente è la rete. E, probabilmente, a ragione: non esiste nulla come il web, nulla che riesca a coniugare tante opportunità a così basso costo. Tuttavia, non è questo il quadro che dipinge il Web Index Report della WWW Foundation di Tim Berners-Lee per il 2014-15: “Non possiamo dare per scontata la capacità del web di ridurre le disuguaglianze”, afferma la fondazione, ma, come riporta Wired, i dati affermano in modo esplicito che senza un adeguato intervento politico le disparità documentate (economiche, di genere, sociali, perfino nella capacità di attivare mobilitazione politica) non spariranno; “siamo al bivio tra un web ‘per tutti’, che rafforza la democrazia e crea uguali opportunità per tutti, e un web ‘winner takes all’ (chi vince piglia tutto) che concentra ulteriormente il potere economico e politico nelle mani di pochi”.

Essenzialmente, i dati riportati dalla WWW Foundation riflettono una spaccatura tra i paesi più ricchi e quelli più poveri. Nei paesi più abbienti la rete porta effettivamente numerosi vantaggi economici, vista la diffusione su larga scala (le infrastrutture sono migliori, la facilità di accesso è enormemente maggiore, il costo è sensibilmente più basso). 4,4 miliardi di persone di persone al mondo, tuttavia, non hanno mai navigato sul web, e in 9 casi su 10 gli sconnessi sono i più poveri. Il terzo mondo perde, in questo modo, l'enorme opportunità rappresentata da Internet: citando l'esempio dello studio, in India la rete è riuscita a far incrementare dell'8% degli agricoltori (grazie alle informazioni più accurate sulle condizioni climatiche o sul prezzo del raccolto), ma di questi benefici possono disporre solo due degli stati a basso reddito analizzati. La conclusione a cui giunge lo studio è che, economicamente, la rete avvantaggia i lavori più altamente specializzati, alla portata, nella maggioranza dei casi, delle persone più ricche; e se in futuro non si riuscirà a intervenire per rendere alla portata di tutti il World Wide Web, il progresso tecnologico continuerà a essere “la più importante causa di aumento delle disuguaglianze reddituali degli ultimi anni”.

Lo studio passa poi ad analizzare i fattori di disuguaglianza politica, dati allarmanti almeno quanto quelli economici. Prima di tutto c’è la conferma dei risultati prodotti nell’edizione precedente e, nei giorni scorsi, da Freedom House sul declinare della libertà di espressione in rete: il Web Index vede il segno negativo apporsi sulla “stragrande maggioranza” dei Paesi analizzati, per l’esattezza nel 90% dei casi qualora il confronto sia tra i valori prodotti da Freedom House e Reporters Without Borders nel 2007 e nel 2013. Anche qui, come per la NGO di Washington, l’Italia (al ventinovesimo posto) viene menzionata tra gli esempi negativi a causa del contestatissimo regolamento Agcom sul diritto d’autore. Il blocco di contenuti politicamente sensibili è salito in un anno dal 30 al 38% del campione analizzato, anche se è interessante la precisazione – inedita – per cui solo in sette dei 45 Paesi colpiti da restrizioni alla libera espressione la censura è più forte in rete che offline. Più della metà, poi, fa ricorso ai malware per sorvegliare dissidenti che compongono il mercato della sorveglianza digitale. Ed è proprio il rapporto tra privacy e sorveglianza di massa a produrre i dati più preoccupanti. “Quest’anno”, si legge, “la proporzione di Paesi le cui tutele legali per la privacy sono state giudicate deboli o inesistenti è salita dal 63 all’83%”. Le leggi, anche quando c’erano, sono fondamentalmente carta straccia in termini di diritti dei cittadini come dimostra il fatto che Paesi democratici come UK, Francia, Canada e Australia siano finite “in compagnia di Cina, Russia e Turchia” quanto al punteggio ottenuto: “merito” di nuove norme che, nonostante il Datagate, forniscono ulteriori poteri e minori controlli sull’operato delle agenzie di intelligence, e dunque un accesso perfino più indiscriminato ai nostri dati.

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