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Pubblicato: 29 Aprile 2015

Twiplomacy, il 2015 della politica social

In barba alle continue polemiche relative alla violenza e al cyber-bullismo, Twitter continua a essere il social più usato dalla politica mondiale. Basti pensare, ad esempio, all'Italia, a come i leader dei gruppi politici più importanti utilizzino i social per tenere aggiornati i loro follower sulle ultime novità (lo stesso vale, ad esempio, per le istituzioni); e questo non solo in terra italica, ma praticamente in tutto il mondo. Proprio per questo Burston-Marsteller fa periodicamente il punto della situazione tramite la ricerca Twiplomacy, sotto la cui lente finiscono 699 account Twitter di 166 paesi.

Come riporta La Repubblica, tra i leader più seguiti spicca, come prevedibile, Barack Obama con quasi 57 milioni di follower. Seguono Papa Francesco (con quasi 20 considerando i nove account nelle varie lingue), il primo ministro indiano Narendra Modi con quasi 11, quello turco Recep Tayyip Erdogan con 6,1 e l'account della Casa Bianca con quasi 6. Se in America Latina è al vertice il messicano Enrique Peña Nieto (3,9 milioni) e in Africa è il ruandese Paul Kagame (quasi 900mila) a guidare il gruppo dei “twtter addicted”, l'Europa vede l'Italia vicina alla vetta. Matteo Renzi è infatti il secondo leader più seguito con 1,7 milioni di follower dopo quello britannico (che tuttavia pubblica da una account generico e istituzionale, @Number10Gov) che ne raccoglie tre. Tra i leader più influenti Papa Francesco non ha eguali. Il numero medio di retweet per ogni cinguettio è infatti di 9.929 dall'account spagnolo e 7.527 da quello inglese, piazzando a debita distanza il sovrano dell'Arabia Saudita (4.419), il presidente venezuelano Nicolás Maduro (3.198), quello statunitense 1.210) e l'indiano Modi (1.094). Solo una quindicina di leader mondiali sono riusciti a superare la soglia dei 20mila retweet, in occasioni ben precise e storiche come l'abdicazione del sovrano spagnolo Juan Carlos.

“Il report dà molto spazio alle mutue relazioni strette dai ministri degli Esteri via Twitter” riporta il quotidiano. “Come fosse un nuovo e diverso canale diplomatico da non sottovalutare. Il più attivo è il francese Laurent Fabius che segue ed è seguito da un centinaio di leader mondiali, non solo suoi omologhi. Dietro c'è l'account del ministero degli Esteri russo (93 reciproche connessioni), ancora quello francese ma istituzionale (91), quello europeo (89) e quelli lituano e norvegese (86). Ma sono soprattutto le nazioni più piccole, come si nota già dalle ultime posizioni della top 5, a beneficiare al massimo delle opportunità della diplomazia via social: ne sono un esempio l'account del governo croato che segue unilateralmente 511 leader mondiali o quello del ministro degli esteri peruviano che ne segue 384. Su tutti, questi profili sono anzitutto seguaci di Obama e della Casa Bianca. “Seguendosi l'uno con l'altro i ministri degli Esteri europei hanno messo in piedi quella che può essere descritta come una rete diplomatica virtuale” si legge nel documento.  D'altronde oltre quattromila ambasciate e ambasciatori sono presenti e attivi sulla piattaforma: la leadership, in questo caso, spetta al network inglese capitanato da @ForeignOffice. Curiosamente, al di fuori di questo intreccio fra ministri degli Esteri, missioni, organizzazioni, i leader non si seguono fra loro. O almeno, non nella misura che ci si potrebbe attendere. Ad accomunarli c'è infatti l'account delle Nazioni Unite (lo seguono in 250) davanti a Twiplomacy (153), al New York Times (146), all'Unicef (136) e all'agenzia Reuters (136). Insomma, si tengono informati.

Twittano da soli? E quanto twittano? La risposta è quasi sempre un secco no. Tutti i componenti del G20 dispongono di un account ufficiale, così come sei su sette del G7. L'unica assente è la cancelliera tedesca Angela Merkel. Quanto all'origine dei tweet, se ne occupa spesso lo staff con alcune eccezioni fra cui il presidente estone Toomas Jendrik Ilves, quello del Consiglio europeo Donald Tusk, il ministro degli esteri lettone Edgars Rinkevics e la prima ministra norvegese Erna Solberg. Ogni tanto si concedono a qualche botta e risposta replicando a domande (selezionate) provenienti dai follower. Per molti il battesimo sulla piattaforma risale al 2011. Solo in cinque erano già presenti su Twitter dal 2007: il primo a intravederne le potenzialità fu proprio Obama. Alla fine di marzo questi 700 potenti avevano twittato qualcosa come 2,6 milioni di cinguettii, circa quattro al giorno. I più attivi sono i profili delle presidenze venezuelane e messicane. Non è un caso che la lingua principale delle 54 in cui i leader pubblicano i propri interventi sia lo spagnolo. Seguono inglese, francese, arabo, russo e portoghese. Oltre ai video di Vine amano molto i selfie: senza tornare a quello funereo che vedeva flirtare Obama e la prima ministra danese Helle Thorning Schmidt durante l'addio a Nelson Mandela, moltissimi hanno posato per autoscatti con fan, ospiti e cittadini. Uno dei più accaniti è il malesiano Najib
Razak, che non ha resistito alla moda del selfie stick”.

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